Italiani all’estero, capaci solo di chiedere soldi? – di Nello Passaro

Dalla questione delle elezioni dei Comites, in presenza di orientamenti contrapposti e contraddittori, si evince apertamente che la base, la collettività, manca di un progetto unitario, dimostrando tutta la sua incapacità ad autogestirsi. I Comites ne rappresentano un esempio lampante. Nati per soddisfare alcuni bisogni della collettività, essi hanno deluso le aspettative. Si dirà che questi organismi non hanno potuto funzionare per diverse ragioni, ma è anche vero che la collettività non è stata capace di analizzare e superare le debolezze che ne hanno causato l’insuccesso.

Limitarsi all’esercizio della critica dell’operato degli altri senza riconoscere le proprie responsabilità, allontana la soluzione dei problemi e non favorisce certamente il progresso civile. Si ha la sensazione che il mondo dell’emigrazione abbia ancora grosse difficoltà ad organizzarsi ed a sfruttare al meglio anche quelle risorse di cui dispone.

Cosa gli italiani residenti all’estero vogliano sostanzialmente non è chiaro quasi a nessuno. Occorrerebbe, proprio in questa fase storica così fortemente segnata dalla crisi finanziaria per il nostro Paese, avere un quadro chiaro e reale della situazione e degli obiettivi precisi, cercando di evitare lo sperpero di energie umane e finanziarie. Il quadro attuale di riferimento  relativamente a Comites, Patronati, rete consolare, corsi di lingua e cultura, politica fiscale, è confuso e insoddisfacente.

Per ognuno di questi aspetti si sa solo opporre la propria insoddisfazione. Non si può parlare neanche di protesta, perchè troppo blanda e provvisoria. Si riscontra solo una reazione sterile che ci allontana affettivamente sia dal nostro Paese che dalla soluzione dei problemi stessi, sui quali la controparte impone le sue decisioni.           

Ebbene, relativamente ai Comites, cosa non va? Si tratta solo delle modalità elettorali? Per i corsi di lingua e cultura? Si tratta solo di ottenere più finanziamenti e poi anche qui avremmo assicurato la loro funzionalità? Per i Consolati, anche qui è proprio necessaria una rete pletorica di vecchio stampo oppure si potrebbe studiare meglio come razionalizzarla e modernizzarla? Confermare i contributi ai Patronati risolve i problemi?

Riguardo la politica fiscale sugli immobili, la questione è risolta? Dov’è un piano organico, un quadro di insieme, quali le proposte ragionate e condivise dalla base, da proporre al vaglio del governo? Si tratta solo e sempre di finanziamenti?

Non sarebbe meglio cercare di dimostrare di essere capaci di proporre soluzioni efficaci, pertinenti e mirate al nostro governo, senza aspettare con le mani in mano? Che politica fanno i nostri rappresentanti all’estero? Qual è la loro visione?  E il mondo dell’associazionismo? Come mai non si discute quasi mai di niente? Solo per mancanza di quattrini? Chi siamo e  dove vogliamo arrivare? Il diritto di voto all’estero dovrebbe essere inteso come strumento di mediazione per proposte politiche. Altrimenti per cosa si vota? E’ sufficiente sapere solo per chi si vota? 

Non sarebbe forse meglio studiare come agganciare il voto all’estero ad un programma elettorale su cui far convergere l’attenzione della base e il lavoro dei rappresentanti parlamentari? Così come concepito attualmente, il voto all’estero assume un valore per lo più formale e virtuale, una vera presa per i fondelli, rendendoci ininfluenti e solo lamentosi. Lamentosi perchè la sensazione che si percepisce dal di fuori è che gli italiani all’estero siano solo capaci di lamentarsi e di chiedere contributi o finanziamenti.