Come ampiamente scontato, ma al di là perfino delle più fosche previsioni, Donald Trump con il suo consueto carico di vanagloria, prosopopea ed arroganza, ha clamorosamente perso le elezioni di “mid-term” facendo crollare il Partito Repubblicano ai minimi storici e permettendo ai Democratici di mettere una seria ipoteca sulle prossime elezioni presidenziali.
Due anni fa sostenevo come Trump fosse il “meno peggio” rispetto alla candidata dem, anche se sottolineavo come sarebbe stato più opportuno un candidato più equilibrato come Rubio o Ron De Santis, il governatore della Florida.
Da allora Donald le ha sbagliate (quasi) tutte in preda ad una ambizione assurda e ad una superficialità che rasenta la follia.
Dalle sue bizzarre iniziative in Groenlandia al balletto dei dazi, circondato solo da yesman dopo aver eliminato i consiglieri più seri, non ha fermato la guerra in Ucraina, ha appoggiato Netanyahu oltre ogni logica, ha attaccato improvvidamente l’Iran causando una crisi energetica mondiale, ha politicamente ed economicamente danneggiato tutti i suoi alleati nel mondo, ha isolato l’America: un autentico disastro.
Ha pensato però parecchio ai propri affari e a quelli dei suoi amici e speriamo che – almeno di questo – ne debba dar conto.
Con il suo ego smisurato è arrivato a dire – commentando la sconfitta – che la colpa è dei vari candidati perché “se ci fosse stato lui a candidarsi in tutti gli Stati in prima persona” avrebbe vinto alla grande. Roba da delirio di onnipotenza.
L’unica cosa positiva è che il popolo americano – e lo fa da 250 anni – ha saputo reagire con chiarezza alle mattane del presidente, dimostrando maturità e libertà di voto e di coscienza.
Mi auguro che all’interno del Partito Repubblicano si abbia adesso il coraggio di prendere subito le distanze da questo presidente folkloristico e pericoloso che si sta dimostrando un problema mondiale e che il partito ritrovi presto la forza di ripartire.




























