A Nyeri, ai piedi del Monte Kenya, riposano 676 italiani morti durante la Seconda guerra mondiale e negli anni della prigionia britannica. Uomini partiti dalle vallate piemontesi, dal Canavese, dalle campagne astigiane e cuneesi e dal Monferrato, che non fecero più ritorno a casa.
Il loro ricordo è stato rinnovato il Primo novembre con una cerimonia al Sacrario militare italiano, all’interno della missione dei padri della Consolata.
A rendere omaggio ai caduti sono stati l’ambasciatore d’Italia a Nairobi, Vincenzo Del Monaco, le autorità civili e i rappresentanti delle comunità locali.
La vicenda è stata raccontata dal Corriere della Sera: dietro quei 676 nomi, molti dei quali appartenenti a soldati rimasti ignoti, ci sono storie di giovani di leva e sottufficiali mandati a combattere in Africa Orientale Italiana e di famiglie che attesero invano il loro ritorno.
La guerra finì, ma per molti iniziò una lunga prigionia
Per una parte di quei militari la fine dei combattimenti non significò la salvezza. Tra il 1941 e il 1946, numerosi prigionieri italiani furono trasferiti in 15 campi britannici, dove dovettero affrontare condizioni durissime: lavori forzati, scarsità di cibo, carenze igieniche e malattie come malaria e tubercolosi.
Per centinaia di uomini la prigionia si trasformò in una condanna senza ritorno. Morirono lontano dall’Italia, dalle proprie case e dai propri affetti, senza poter riabbracciare le famiglie.
È questo uno degli aspetti più dolorosi della memoria custodita a Nyeri: non soltanto la guerra, ma anche l’attesa di chi era rimasto in Italia e non ebbe più notizie dei propri cari.
A Nyeri riposa anche Amedeo di Savoia
Al centro del tempietto circolare del Sacrario si trova la tomba di Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta e comandante delle forze italiane in Africa Orientale. Morì a Nairobi il 3 marzo 1942, a 43 anni, e volle essere sepolto accanto ai suoi soldati.
La sua figura resta legata alle responsabilità storiche del colonialismo italiano e del regime fascista. Il ruolo di Amedeo di Savoia si colloca infatti nel contesto di un sistema coloniale segnato dalla repressione della resistenza etiope, dalle rappresaglie e dall’impiego di armi chimiche durante le campagne militari italiane.
Una memoria, quindi, che non può essere separata dalla complessità e dalle responsabilità di quella stagione storica.
Una memoria che supera i confini
Nel Sacrario di Nyeri, ogni anno, la commemorazione è accompagnata anche dai canti in italiano e in swahili curati dai missionari piemontesi. Un momento che unisce comunità locali e memoria italiana, ricordando uomini che hanno lasciato la propria terra e sono morti a migliaia di chilometri da casa.
Non la celebrazione della retorica imperiale, ma il ricordo delle vite spezzate, della sofferenza dei prigionieri e delle famiglie private dei propri affetti. A Nyeri, quei 676 nomi continuano a raccontare una pagina dolorosa della storia italiana, che merita di essere conosciuta anche dalle nuove generazioni.































