Come sarebbe bello se Giancarlo Giorgetti (persona in gamba e che stimo) potesse andare in tv e spiegare in cinque minuti, ma chiaramente e senza interruzioni, non solo che la “coperta è corta” – come avviene regolarmente tutti gli anni – ma soprattutto che la manovra di bilancio è chiaramente imposta da Bruxelles, con l’Italia sotto ricatto.
Se Giorgetti potesse dire la verità senza peli sulla lingua, state tranquilli che dopo dieci minuti sarebbe defenestrato perché l’Italia, da quando è assoggettata ai sempre più stringenti vincoli europei, non ha più una vera sovranità economica.
Questo non è necessariamente un male, perché argina il deficit pubblico cresciuto nei decenni, ma se l’Europa ti impone di spendere solo in alcuni settori predeterminati, per poter così decidere altri interventi con il poco che resta, tu lo devi fare, pena il reinserimento nell’elenco dei “cattivi”; e quindi con l’Italia che si ritroverebbe un Paese nuovamente o più pesantemente ricattato sul fronte dei tassi, del debito pubblico, della clausola di salvaguardia.
Quest’anno l’Unione Europea impone ancora più del solito di non allargare il deficit, salvo che per spese ambientali (Green Deal) e per la difesa, ovvero armi per far fronte alla presunta minaccia russa (che ci sia o meno è un altro discorso).
Sono cose che ho ripetuto tante volte, ma ora i nodi sono giunti al pettine e così, se non si vogliono aumentare le imposte e si vuole ridistribuire un po’ meglio le risorse (anche a fini pre-elettorali), la coperta non solo è stretta: è più piccola di un fazzoletto.
D’altronde, basta considerare che il Pil italiano è stimato in circa 2.250 miliardi di euro e che la manovra finanziaria ne muove 25, quindi solo l’1%. Cosa volete che cambi disponendo di somme così minime? Quello che è stato deciso era obbiettivamente il massimo possibile.
Se poi, sul fronte delle entrate, l’unica novità è una tassazione extra dei superprofitti di banche e – sarebbe auspicabile – delle imprese energetiche (più o meno 5 miliardi), resta proprio poco. Oltretutto, su questa tassazione, che tutte le persone di buon senso vorrebbero, c’è anche chi mugugna, come Forza Italia, che rappresenta (dicono i malpensanti) soprattutto gli interessi targati Mediolanum della famiglia Berlusconi.
Circa l’opposizione che critica (ovviamente, è il suo mestiere) sarebbe interessante sapere dove vorrebbero trovare i soldi per altre spese: vogliono l’imposta patrimoniale? Lo dicano allora apertamente, lo mettano nel loro programma.
Certo, fa specie sapere che si devono trovare 979 milioni per aumenti “obbligatori” ai magistrati (pur se lordi, sono quasi 100mila euro a testa) e solo 480 milioni sono disponibili per adeguare i benefit delle forze dell’ordine, ovvero poche decine di euro a testa in più al mese. Eppure è il Consiglio di Stato (composto da magistrati!) che ha deciso così. In fondo, è la logica generale: sì ai sacrifici, se però li pagano gli altri.
Così, a parte il bollo auto e ritocchi sull’Irpef agevolata per gli under 30 a basso reddito (ma non per la generalità del ceto medio: per alzare la soglia del 33% a 60mila euro servirebbero un paio di miliardi che non ci sono), resta poco: piccoli pacchi-dono ai partiti che si sono intitolati la difesa di gruppi o singole categorie. Poi qualcosa per i pensionati anticipati, i proprietari con cedolare secca, la detassazione parziale delle tredicesime, l’ennesima re-re-re-rottamazione di cartelle fiscali (ma ce ne sono ancora in giro? Ormai conviene aspettare sempre l’anno dopo) e il solito pulviscolo di micro-benefit corporativi.
Per l’ennesima volta non si possono così affrontare riforme strutturali, non ci sono i soldi per incentivi veri, bisogna giocare alle tre carte per far finta di accontentare (quasi) tutti; con l’opposizione che, se fosse al governo, farebbe esattamente lo stesso, salvo che imporre una imposta patrimoniale.
È uno spettacolo che ogni anno va in scena con qualche cambiamento di spartito, ma in fondo – comandi la destra o la sinistra – sempre con lo stesso copione che ha una firma ben precisa: quella dei vincoli scritti a Bruxelles e dalla BCE, organismo del tutto avulso dalla volontà e dal voto dei cittadini europei.





























