Governo Letta, fin quando durerà? – di Carlo Di Stanislao

La politica è un terreno mobile e scivoloso, soprattutto nei momenti difficili, quando invece di essere uniti e concentrati sui grandi temi, i politici si distinguono per beghe personali o uscite populiste fatte solo per ingraziarsi l’elettorato. In questi giorni di crisi sempre più cupa e di disoccupazione sempre più diffusa, fanno notizia i transfughi (giunti a sei) dei 5 Stelle, le dimissioni della “ingenua” Idem, rea di non aver pagato Imu ed Ici e la condanna di Berlusconi (in primo grado, ma in modo singolarmente incisivo) a sette anni per concussione e prostituzione minorile, più interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Nessuno o pochi si occupano, invece, del voto dei 5 Stelle, con molti del Pd ed una parte dei montiani, a favore dell’emendamento di Sel contro l’acquisto degli F35, con risparmio di 14 miliardi che costituirebbero un bel gruzzolo per rilanciare occupazione ed altro. E resta inascoltato l’appello di Vendola, che vorrebbe il ritiro di Berlusconi dopo una sentenza “scritta con tale inchiostro”, con il Pd che teme (come fa sul Corriere Massimo Franco) per la tenuta non immediata del governo che, fra qualche mese, potrebbe essere, per rappresaglia, facilmente messo in minoranza, con tutte le conseguenze di nuove elezioni che risulterebbero, a quel punto, ineludibili.

Questo perché, paradossalmente, la sentenza di Milano, definita “uno schifo e una vergogna” da Daniela Santanché ed un “plotone d’esecuzione per Berlusconi” da Alfano, finisce in fondo per rinforzare nel suo ruolo di ago della bilancia l’inossidabile Cavaliere che, per ora, si dice pronto e determinato a continuare con il sostegno al governo, ma già fa intendere che rincarerà la dose delle proprie pretese.

Del pericolo si avvede Napolitano che, in un intervento al Cnr, dice che vorrebbe un governo con “più continuità nella sua azione” e chiarisce che il pericolo instabilità anche politica è il nostro vulnus principale, affermando che, da noi, anche ora "non passano due mesi dalla formazione di un governo che l’argomento delle discussioni diventa la prossima, incombente, imminente, o fatale crisi. Abbiamo semmai bisogno di continuità nelle istituzioni", dice l’accorto Presidente, che aggiunge che questa è la premessa necessaria per una massima mobilitazione di risorse pubbliche e private, “che devono muoversi in sinergia tra loro”.

Intanto l’allargamento dello scandalo Belsito mina la residua fiducia dei cittadini verso la politica, dopo la nuova mossa del Dda di Reggio Calabria, che  da mesi è a caccia dei soldi che la ‘ndrangheta avrebbe riciclato sfruttando i canali della grande finanza e della politica, con gli uomini della Direzione investigativa antimafia che sono al lavoro da ieri in una trentina di perquisizioni sia in Lombardia che in Calabria, ritenendo gli indagati inseriti in "contesti politici e istituzionali, nei quali le relazioni personali, tra cui quella con Francesco Belsito, vengono sfruttate al fine di consolidare ed implementare la capacità di penetrazione e di condizionamento mafioso". Nella sostanza vi sarebbe stato un patto di ferro tra i vertici del clan De Stefano di Reggio Calabria, rappresentato in Lombardia da Paolo Martino (arrestato tre anni fa dalla Dda di Milano) ed alcune lobby di potere, con personaggi che, sostengono i pm, si sarebbero mossi sull’asse Reggio-Milano per poi superare i confini nazionali, gestendo "operazioni politiche ed economiche che hanno consentito ad alcuni tra gli indagati di divenire il terminale di un complesso sistema criminale, in parte di natura occulta, destinato a acquisire e gestire informazioni riservate", e a "gestire una struttura imprenditoriale, prevalentemente impegnata in operazioni ad alta redditività nel campo immobiliare e finanziario, destinata al riciclaggio e reimpiego di risorse economiche di provenienza delittuosa riconducibili ad ambienti criminali legati alla cosca De Stefano".

Scrive affranto Ilvo Diamanti su Repubblica che fra scandali, sentenze, Iva, Imu e parametri Ue è davvero difficile immaginare il futuro per il governo e la Nazione e stabilire come e quando si troverà un accordo largamente condiviso su una legge elettorale che non sia il restyling di quella esistente e si faranno passi concreti su lavoro, giovani, economia e mercato. Ha ragione lui: viviamo tempi provvisori, di passaggio, trascinati verso non si sa cosa, con il futuro che è non solo non intravisto, ma addirittura abolito dal linguaggio e dalle visioni.

Tempi in cui senza pre-vedere, senza progettare, senza un minimo di coraggio, onestà ed utopia, l’unica cosa che regge è l’arte di arrangiarsi, basata sulle solite dote nostrane: familismo, localismo, individualismo e furbizia, alimentati vieppiù da una sfiducia crescente nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti.