Due monete, una buona e una cattiva – di Mario Galardi

L’economia e la scienza delle finanze hanno poche leggi che non siano opinabili e discutibili. Una di queste è la legge di Gresham, la quale afferma che “la moneta cattiva scaccia la moneta buona”. Detto in altre parole, significa che chi possiede certe quantità di due diverse monete, preferisce pagare con la moneta “cattiva” e trattenere per sé quella “buona”. Se in Italia dovessero circolare contemporaneamente sia l’euro che una nuova lira (o comunque la si voglia chiamare), sarebbe inevitabile che la moneta buona sarebbe l’euro, e quella cattiva sarebbe la lira.

Dubitiamo che i paesi della UEM (Unione economica e monetaria della UE) possano accettare che l’Italia, senza venire esclusa dalla zona euro, possa tornare a battere una propria moneta. Ma prendiamo in considerazione questa eventualità.

Se dovessero circolare contemporaneamente l’euro e la lira, tutti preferirebbero tenersi gli euro e spendere in primo luogo le lire. Il che comporterebbe che l’euro si apprezzerebbe e che la lira si svaluterebbe. Sarebbe infatti il mercato (come sostiene lo stesso Berlusconi, che ha rilanciato la proposta della doppia circolazione) a stabilire il rapporto di cambio tra l’euro e la lira, confermando inevitabilmente quanto sopra indicato.

Occorre poi precisare cosa si intenda con circolazione contemporanea di due monete. Significa che lo Stato italiano inizierebbe a battere moneta (cosa che attualmente non può fare), e che pagherebbe con quella moneta le sue obbligazioni (le sue spese, le pensioni, gli stipendi, le rendite finanziarie) acquisite da un certo giorno in avanti. Lo stesso accadrebbe nelle imprese private. Gli impegni contrattuali già stabiliti in euro, potrebbero essere pagati in lire, ma al cambio di mercato. Quelli nuovi potrebbero invece essere stabiliti in euro o in lire.

Abbiamo scritto da un certo giorno in avanti perchè, se così non fosse, cioè se “tutte” le obbligazioni dello Stato, delle imprese e dei privati, fossero convertite definitivamente in lire, allora non saremmo in presenza di doppia circolazione, ma semplicemente saremmo usciti ipso facto dall’euro.

Il ritorno a una moneta nazionale viene chiesto da chi pensa in questo modo di rendere maggiormente competitive le produzioni italiane. Il che è vero. Ma è risaputo che il nostro problema principale non sono le esportazioni, bensì i bassi consumi interni. Sembra difficile pensare di poter incrementare i consumi, mettendo in mano ai cittadini una moneta di minore valore.

L’altro motivo per cui si ritiene necessario tornare a una moneta nazionale, è per fare in modo che lo Stato si possa finanziare battendo moneta. E anche questo è vero.

A questo punto, ci sono due osservazioni da fare. La prima è che una siffatta doppia circolazione sarebbe solo la premessa temporale per la probabile uscita definitiva dall’euro. La seconda osservazione è che questa transizione sarebbe accompagnata da discussioni a non finire, e da tensioni finanziarie, sindacali e politiche. Una vera tempesta, che l’Italia non è in grado di affrontare.

Se si ritiene che le condizioni e i vincoli imposti dall’Europa siano incompatibili con la situazione in cui versa l’economia italiana (e qui concordiamo), e se si ritiene che sia impossibile rinegoziare tali vincoli (e qui non concordiamo), allora l’unica soluzione è l’uscita dall’euro. Ma in questo caso sarebbe meglio un taglio netto, piuttosto che soffrire per una lunga e dolorosa transizione.

Abbiamo scritto che non concordiamo sul fatto che sia impossibile rinegoziare i vincoli imposti dalla UEM, perchè riteniamo che l’Italia abbia un potere contrattuale molto superiore a quello che i nostri ossequienti governanti ritengono di avere, nei confronti soprattutto della Germania. La quale avrebbe moltissimo da perdere se l’Italia uscisse dall’euro. Occorrerebbe quindi non battere i pugni sul tavolo, ma mettere lucidamente in agenda una nostra richiesta di perequare i costi finanziari a carico degli stati, e di flessibilizzare i vincoli di bilancio e il Fiscal Compact.

Al momento le conclusioni da trarre non sono rosee. Da un lato uscire dall’euro sarebbe traumatico. Dall’altro, il restarci nelle attuali condizioni di svantaggio, prolungherebbe sine die le nostre difficoltà. Sarà inevitabile che la questione evolva verso una o l’altra delle soluzioni, ma il governo Pd+Ncd, nonostante un Renzi decisionista, non appare consapevole né motivato ad agire in un senso o nell’altro. E il semestre di presidenza italiana della UE sta terminando senza un nulla di fatto.

Nel frattempo, si potrebbero fare molte cose utili per il Paese. È stato detto infinite volte (e finalmente è un’opinione quasi unanimemente condivisa) che tra i nostri principali problemi ci sono l’elevata pressione fiscale, la burocrazia, la poca efficienza della giustizia, l’arretratezza delle infrastrutture, il dissesto del territorio. Riesce difficile comprendere come, invece di insistere per affrontare queste questioni (oltre alla legge elettorale e alla riforma costituzionale, che non sono poca cosa!) si voglia mettere in discussione una proposta dirompente e difficile da accettare, perchè sappiamo che sull’uscita dall’euro non esiste attualmente consenso, né in Parlamento, né tra i cittadini.