COVID | Gimbe: “Il virus c’è ancora e dobbiamo farci i conti”

“Se prima il virus circolava di più in alcune regioni del Centro e del Sud, ora vediamo che aumenta anche in regioni del Nord, in particolare in Veneto e in Emilia Romagna”

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, intervenuto su Radio Cusano Campus, ai microfoni de L’Italia s’è desta, programma curato e condotto dal direttore Gianluca Fabi.

Sulla fine dello stato di emergenza. “Dal punto di vista epidemiologico, a parte la scadenza burocratica, che non coincide con l’andamento della curva dei contagi, siamo dal 18-19 marzo in fase di calma, con una media costante di 70 mila casi al giorno, con tasso positività tra 14 e 15%, senza scendere. Tutto questo con una asincronia regionale, perché se prima il virus circolava di più in alcune regioni del Centro e del Sud, ora vediamo che aumenta anche in regioni del Nord, in particolare in Veneto e in Emilia Romagna, sebbene in maniera molto lenta”.

Sulla circolazione del virus: “Questo ci dice che il virus continua a circolare in maniera importante, quindi è difficile fare previsioni. Dal punto di vista ospedaliero, soprattutto nelle regioni del Sud, c’è un po’ di sovraccarico. Per quanto riguarda le terapie intensive, registriamo una situazione abbastanza tranquilla. C’è, infine, un lieve incremento dei decessi giornalieri. Anche questo ci dice che siamo in una situazione di stabilità, ma resa difficile da inquadrare con precisione proprio per queste differenze tra le regioni italiane”.

Sulla minore attenzione dei media sulla pandemia: “È evidente che prima del conflitto in Ucraina, si parlava anche troppo della pandemia. Eravamo in una fase di calo della quarta ondata, con le vaccinazioni che crescevano, eppure tutti i talk show portavano avanti dibattiti anche stucchevoli sul tema, rispetto alla reale rilevanza della pandemia. Poi si è spento l’interruttore ed è arrivata la guerra, che ha preso il predominio dell’informazione pubblica. Questo ha comportato che, della pandemia, per due o tre settimane se ne è parlato troppo poco o quasi nulla. Tutto questo mentre si verificavano due fenomeni, purtroppo, rilevanti: il primo è che la campagna vaccinale si è sostanzialmente fermata; il secondo è che il virus ha ripreso a correre”.

Che fare? “In questa situazione, tra la fine dello stato di emergenza e il virus che continua su livelli importanti, è necessario mantenere alcuni elementi principali. Anzitutto, bisogna continuare a vaccinarsi, e fare terze dosi e quarte dosi per i soggetti più fragili – e devo denunciare ancora il ritardo su questo, con vaccinazioni ferme al 7% o 9% sul totale di questi soggetti. In secondo luogo, è necessario ricordare che il virus è estremamente contagioso e, quindi, al chiuso le mascherine vanno ancora portate. Il virus c’è ancora e dobbiamo farci i conti, queste regole sono piccoli fastidi che, però, dobbiamo continuare a sopportare perché è proprio grazie ad essi se potremo riprendere la vita di prima”.

Sulla guarigione e l’efficacia dei vaccini: “Si è diffusa l’idea che, dopo aver avuto il Covid-19, si sviluppi quasi un’immunità per il resto della vita. Purtroppo non è così. Le re-infezioni sono possibili, e anche la copertura offerta dal vaccino non è eterna. Inoltre, comincia a essere evidente che le persone che sono state infettate, cominciano ad avere disturbi di medio-lungo periodo (disturbi della concentrazione, osseo-articolari, astenia, dolori, ecc). Insomma, l’obiettivo è non prenderlo il virus”.

“Anche perché, se in una prima fase si credeva che il virus colpisse esclusivamente l’apparato respiratorio, oggi sappiamo che va a colpire tanti altri apparati. I danni provocati da questo virus sui vari organi ancora non si conoscono nei dettagli, però sappiamo, ad esempio, che crea molti problemi a livello cerebrale. Non stiamo parlando, dunque, di un virus che non lascia strascichi. Li lascia, e molti di questi ancora non sono conosciuti, quindi dobbiamo continuare a proteggerci per evitare di prenderlo”.