Voto all’estero, il senatore Micheloni: “Il Pd vuole candidare la ‘Ndrangheta?”

Micheloni contesta la tesi che l'innovazione alla legge Tremaglia sia dovuta dalla necessità di "reciprocità" e di parità di trattamento tra cittadini che risiedono in Italia e quelli risedenti all'estero, che si potevano candidare in Italia

Sen. Claudio Micheloni

Si è parlato tanto di voto all’estero in questi ultimi giorni, dopo le modifiche approvate alla Camera. La più contestata è la norma che consente agli italiani residenti in Italia, dunque non più soltanto agli iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero), di candidarsi nella Circoscrizione estero.

Nel dibattito in corso interviene Claudio Micheloni, Pd, eletto nella ripartizione estera Europa, secondo il quale le norme contenute nel Rosatellum 2.0 che permettono ai cittadini italiani residenti in Italia di candidarsi oltre confine sono “una umiliazione delle ragioni storiche che hanno prodotto la legge”.

Micheloni ha ironizzato sia sul relatore alla Camera, emanuele Fiano, “giunto al costituzionalismo muovendo dalla professione di architetto”, sia sul capogruppo del Pd Ettore Rosato, definito “un pensatore, un ragioniere”.

In particolare Micheloni contesta la tesi che l’innovazione alla legge Tremaglia sia dovuta dalla necessità di “reciprocità” e di parità di trattamento tra cittadini che risiedono in Italia e quelli risedenti all’estero, che si potevano candidare in Italia.

Micheloni chiude insinuando che il Pd voglia con questa norma candidare alle prossime elezioni “manager, imprenditori, intermediari della ‘Ndrangheta”.

Micheloni, presidente del Comitato delle questioni degli italiani all’estero, queste cose le scrive in una lettera aperta a tutti i senatori in vista dell’approdo a Palazzo Madama del ddl sulla legge elettorale.

“Spero che ciascuno di noi, rappresentanti degli italiani all’estero, trovi il coraggio – conclude Micheloni – e la dignità di esprimersi: il silenzio e l’ipocrisia non salveranno nessuno”.