Patronati italiani all’estero, ‘più punti fai più soldi prendi: nessuno controlla’

Un mistero agita i sonni dell’Argentina. Ma preoccupa anche chi gestisce le casse dell’Inps. Sono i pensionati fantasma: persone nate in Italia, emigrate e vissute in Argentina, oggi dotate di una regolare pensione. Italiana. Per loro si sono meritevolmente spesi i nostri patronati, dall’Inca-Cgil all’Ital-Uil, dalle Acli all’Inas-Cisl. Bene. Bravi. Ma che cosa c’entrano i fantasmi?

Antonio Bruzzese, 70 anni passati tra Fiom e Cgil, ex responsabile a Buenos Aires dell’Inca, è pronto a spiegarlo pure ai magistrati: “In Argentina, su mille persone che hanno passaporto italiano, solo 98 sono nate in Italia. E sono una razza in calo, trattandosi di anziani. Erano più di 60mila qualche anno fa, oggi sì e no 28mila”.  E allora? “A Roma al ministero del Lavoro risulta il contrario, i nostri pensionati a Buenos Aires aumentano. Al punto che i patronati, ogni anno, si fanno pagare pratiche per almeno 12mila nuove pensioni”. E com’è possibile? “Infatti non è possibile. A meno di credere ai fantasmi, per l’appunto”.

Ora, chissà se il Comitato per le questioni degli italiani all’estero, che in Senato ha iniziato a novembre un’indagine sui patronati oltre confine, crede ai fantasmi oppure no. Il presidente Claudio Micheloni, eletto in Svizzera per il Pd, assicura: “I patronati sono un’istituzione sacrosanta e danno un servizio importante alle nostre comunità all’estero. Però su questo servizio ci vorrebbe assoluta trasparenza. Da troppo tempo girano voci. Bisogna fare chiarezza. E magari una riforma seria”. Anzi, serissima.

Perché non solo alcuni deputati Pd eletti all’estero, come Laura Garavini (funzionaria Ital-Uil Germania) e Fabio Porta (Ital Uil Brasile), Marco Fedi (Inca Cgil Australia) e Gianni farina (Inca Cgile Francia) chiedono di affidare proprio ai patronati, in convenzione con la Farnesina, il disbrigo di tutte le pratiche che la chiusura di molti uffici consolari ha reso impossibile, ma perché in palio ci sono già un mucchio di soldi, il 10 per cento di un fondo alimentato dai contributi dei lavoratori italiani. Il totale del fondo è oggi sui 420-430 milioni di euro (ne sono già stati tagliati 30 nel 2010), quindi almeno 42-43 milioni se ne vanno per le pratiche estere. Perciò dal 2001, quando è nata la legge 152 che ha dato ai sindacati il monopolio delle pratiche con gli enti previdenziali, ecco che all’estero esentasse è andato oltre mezzo miliardo di euro.

Strutture di diretta emanazione dei sindacati, i patronati assistono i cittadini soprattutto nelle pratiche previdenziali. I servizi per gli utenti sono gratuiti, ma per lo Stato no: ogni pratica portata a buon fine ha un costo, pagato dall’Inps secondo una complicata graduatoria a punti. Nell’anno 2013 l’Inca-Cgil si è accaparrata quasi il 20 per cento del fondo (ossia più di 80 milioni), seguita da Ital-Uil, dalle Acli e dall’Inas Cisl. Insieme, i quattro grandi patronati si spartiscono il 55 per cento del tesoretto; alle altre 30 sigle (circa) va il resto.

Ma attenzione: ad influire sulla graduatoria sono soprattutto i punti esteri, che valgono quasi il doppio di quelli italiani. A fare bingo oltre confine sono sempre i soliti 4: Ital-Uil al primo posto nel 2013, Acli al secondo, poi Inas Cisl e Inca-Cgil a un’incollatura.

“Più punti fai all’estero, più soldi prendi. Nessuno controlla. Il trucco è tutto qui”, spiega Bruzzese. “Qualche anno fa, tutti insieme, 30 patronati facevano 300 mila punti esteri. Nel 2013 ne hanno dichiarati 644.192, più del doppio. Nel 2014, stando alle indiscrezioni, siamo oltre quota 700 mila. E come è possibile? La nuova emigrazione italiana non viene assistita, i vecchi migranti muoiono, e i punti invece crescono? Qualcosa non torna”.

E non solo in Argentina. In Germania, l’Ital-Uil è arrivata a contare 40 sedi, di cui alcune in minuscole cittadine e con un limitatissimo tasso di italiani, come Gummersbach. Il patronato Acli ha svolto migliaia di pratiche in un solo paesello della Baviera. L’Inca-Cgile? In soli tre mesi, sempre in Germania, è passata da 23 a 27mila pratiche: 4mila in più.

In Sud America il senatore Micheloni rivela “l’evidente distorsione tra il punteggio dichiarato dai patronati e il numero di pensioni che l’Inps paga in quel continente”. Traduzione: troppo spesso all’estero abbiamo più pratiche che pensionati.

Pratiche fotocopia, pensionati fantasma, ma anche cittadini sudamericani che non hanno mai messo piede in Italia, però hanno un cognome che può passare per italiano… Bruzzese: “Ho sentito un camionista argentino vantarsi di avere ottenuto la pensione senza spendere un soldo, grazie a un patronato”. Il conto? Per Micheloni “sorge il dubbio legittimo che lo paghi l’Inps”.

Ma non esiste un’anagrafe telematica che incroci i dati, per esempio di utenti all’estero dei patronati con gli effettivi titolari di pensione? Macchè. Il direttore centrale delle convenzioni internazionali dell’Inps, Giuseppe Conte, davanti al comitato del Senato ha alzato bandiera bianca: in Europa ancora non funziona lo “scambio elettronico di informazioni sulla sicurezza sociale”, e per i paesi extraeuropei stiamo ancora cercando di arrivare a scambiarci informazioni almeno per i “dati relativi ai decessi”. Insomma, non si sa nemmeno chi è vivo e chi è morto. E, visto che l’Inps non ha sedi all’estero per accertartamenti, inevitabilmente tutto va in mano ai patronati, a partire dalla preziosa “certificazione dell’esistenza in vita”, indispensabile a ottenere la pensione. Da qui ai fantasmi di Buenos Aires il passo è brevissimo. E altissimo il rischio truffa.

Bruzzese non fa sconti a nessuno: “Queste storie, e questi dati, io li ho già denunciati nel 2010, a un convegno dell’Inca in Argentina. In sala è sceso il gelo. E poi mi hanno cacciato”. Proprio lui, che è stato il presidente della commissione Assistenza e previdenza sociale per il CGIE, il Consiglio generale per gli italiani all’estero. Bruzzese allarga le braccia: “La stessa situazione c’è in tutti i paesi di immigrazione italiana: Nord America (Canada e Usa), Germania, Argentina, Svizzer…”.

Ma non c’è davvero nessuno che vigila? In base alla legge, toccherebbe al Ministero del Lavoro inviare ispettori e verificare che le pratiche estere passate attraverso i patronati siano in regola: dotate, tanto per cominciare, di un regolare mandato a firma dell’interessato (che deve essere ovviamente in vita), più il nome e le sedi degli operatori che hanno seguito il caso, il come, il quando, e ovviamente il risultato. Insomma, i soldi dovrebbero arrivare soltanto se si verifica che la pratica è corretta dall’inizio alla fine. Invece non è così.

Panorama ha cercato per sei mesi di ottenere dal Ministero del Lavoro, dal febbraio 2014 guidato da Giuliano Poletti (Pd), i dati su pensioni estere, ispezioni e soldi erogati ai patronati. Inutilmente. Non ha avuto sorte migliore il comitato del Senato che dopo una audizione del sottosegretario Luigi Bobba (presidente Acli fino al 2006) ha rivolto al ministero una sfilza di domande scritte. Risposta? Silenzio.

Dice Micheloni: “Esprimo ufficialmente la mia grande sorpresa per le difficoltà che riscontriamo. Mi auguro che siano solo tecniche e non politiche, ma se le risposte non arrivano, e in fretta, non esiterò ad adire altre vie per ottenerle”. Ahi ahi. C’è qualche rischio di finire in Procura? “L’ha detto lei”, risponde il senatore. “Noi aspettiamo ancora le risposte, sperando di non dovere dare credito alle voci emerse in questi mesi”. A quali voci allude Micheloni? “Molte audizioni ci hanno segnalato una eccessiva influenza, da parte di varie centrale sindacali, sull’amministrazione del Ministero del Lavoro e anche sull’organizzazione delle sue ispezioni all’estero. Facciamo fatica a crederlo. Però vogliamo capire come stanno esattamente le cose”. I patronati sono avvisati.