Oggi vi dico che… il lavoro

La nostra Repubblica oggi è fondata sul lavoro precario, sulla disoccupazione, sulle pensioni "impossibili", su una tassazione insostenibile

“Lavoro è vita, e senza quello esiste solo paura e insicurezza” (John Lennon)

“La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature” (Franklin Delano Roosevelt)

“Un uomo che vuol lavorare e non trova lavoro è forse lo spettacolo più triste che l’ineguaglianza della fortuna possa offrire sulla terra” (Thomas Carlyle)

LA COSTITUZIONE, ARTICOLO UNO

Prima o poi bisognerà pur riconoscere ufficialmente che l’Italia non è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Non lo è e non lo è mai stata, né potrebbe esserlo. Al contrario di ciò che recita l’articolo 1 della Costituzione.

É UN FALSO, FIGLIO DI RETORICA

Si tratta di un evidente falso, tenuto in vita da retorica e ipocrisie, nell’ipotesi migliore da un’ingenua utopia. Né l’Italia né alcun Paese al mondo può assicurare che lo Stato abbia nel lavoro il suo fondamento: per la semplice ragione che il lavoro non può essere garantito (magari lo fosse!) da regole democratiche, ma è determinato dall’imprevedibilità e dall’ingovernabilità dell’economia – che quasi sempre s’infischia della democrazia e ancor più dell’utopia di trattare i cittadini in modo uguale.

LA PAROLA “RISPETTO” AL POSTO DELLA PAROLA “LAVORO”

Molte volte ho proposto la “mia” – consentitemi: più nobile e più sincera utopia: abolire tutti gli articoli della Costituzione, e basterebbe scrivere che la Repubblica è fondata sul “rispetto della persona”. Perché nel rispetto c’è tutto: libertà, giustizia, lavoro, fisco, pensioni, sanità, servizi vari, migrazioni, ecc. (il punto debole – forse – della mia utopia è: a chi tocca stabilire come quando e perché il rispetto sia violato?).

DALLE UTOPIE ALLA (TRISTE) REALTÀ DI OGGI

Dall’utopia alla realtà, possiamo tuttavia prendere atto che la nostra Repubblica oggi è – di fatto – fondata, anzi inchiodata, sul lavoro precario, sulla disoccupazione, sulle pensioni “impossibili”, su una tassazione insostenibile.

COL TRIONFO DELLE FESTE

Di più, per coloro che abbiano, fortunatamente, un lavoro, esiste un altro curioso fondamento: due mesi di vacanza più o meno totale: l’intoccabile agosto, nonché il lungo periodo che va dai primi di dicembre ai primi di gennaio. Quando le attività rallentano o si fermano, e l’attenzione di tutti, o quasi, si concentra su auguri, regali, pranzi e cene di lavoro, veglioni e via festeggiando. Senza contare tante altre festività durante l’anno, in numero superiore a qualsiasi altro Paese. Ma si può? Si può, si può.