A Natale a tavola vince la tradizione, contro hot dog e fast food

Rimpiango le abitudini di una volta: nonne, zie e madri mettevano le pentole sui fornelli alle otto del mattino e la cottura dei cibi durava molte ore, a fuoco lento

Cucina non è mangiare. È molto, molto di più. Cucina è poesia. (Heinz Beck, cuoco tedesco chef di La Pergola a Roma)

Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio. (Carlo Petrini, gastronomo e scrittore italiano)

Il culto odierno della gastronomia, che attira masse di fedeli, è un segno dei tempi. L’energia metaforica della mente e del cuore scende nello stomaco. Non è un guadagno e, per paradosso, più si diffonde il culto gastronomico e le ricette culinarie diventano testi sacri, più i sapori si confondono e si annullano.

(Fausto Gianfranceschi, giornalista italiano)

“Nella Vecchia Terra del XX secolo, una catena di fast food prese della carne di vacca, la cucinò nel grasso, ci aggiunse dei cancerogeni, la confezionò in plastica derivata dal petrolio e vendette novecento miliardi di pezzi. Esseri umani. Vai a capire”. (Dans Simmons, scrittore statunitense)

RESISTERE AL FAST FOOD

Evviva: anche quest’anno, per le festività, le nostre tradizioni gastronomiche resisteranno alle invadenze straniere e trionferanno sulle nostre tavole ben imbandite. Per quanto mi riguarda, ne sono felice: detesto il cosiddetto “fast food”, il predominio americano anche in cucina, mi turba la passione dei giovani (i miei figli e nipoti compresi) per i cibi dei Mc Donald.

PENTOLE SUL FUOCO ALL’ALBA!

Rimpiango le abitudini di una volta: nonne, zie e madri mettevano le pentole sui fornelli alle otto del mattino e la cottura dei cibi durava molte ore, a fuoco lento. Tutto questo si è perduto, ma nelle feste natalizie qualcosa si riaccende ed è frequente il ritorno – una volta l’anno – alle favolose ricette del tempo che fu. Ogni regione ha le sue specialità.

I CULLURIELLI CALABRESI

Consentitemi di rievocare i leggendari “cullurielli” calabresi. Accoglierò con piacere le vostre confidenze – sulle specialità di ogni parte d’Italia – e, se mi darete utili indicazioni, mi cimenterò in cucina per scoprirle (col permesso, non scontato, di mia moglie). Ma torno ai cullurielli. Sono frittelline di pasta, in tre versioni: semplici; con formaggio; con aggiunta di acciughe. Farina, patate bollite e ben schiacciate, lievito di birra, sale, acqua e olio. Elementare? In apparenza sì. In realtà si torna ai lunghi tempi: per l’impasto e la lievitazione ci vogliono almeno tre ore, mia madre non so perché ci si dedicava tutta la notte. Al mattino, stravolta, friggeva: i cullurielli vanno mangiati caldi. Non conosco niente di meglio.

DIMENTICATE HOT DOG E HAMBURGER

Se volete provarci, spiritualmente sono con voi. Almeno a Natale vogliamo dimenticarli, hot dog e hamburger? L’ultima volta è stata una mia affettuosa nipote a deliziarmi con una culluriellata. Nuccia, cosentina doc. Anni fa. Indimenticabile. Ovviamente, sotto le righe c’è un messaggio per lei e tutte le brave signore calabresi che conosco. Se sarò invitato a una nuova libagione, non mi offendo.