Marco Camastra a ItaliaChiamaItalia: ‘in Italia la cultura è considerata meno di niente’

Oggi ItaliaChiamaItalia vi porta a spasso per l’Oriente e il Medio-Oriente, per poi tornare in Italia con gli occhi di un grande della lirica italiana: il baritono Marco Camastra. Persona piacevolissima, colta, umile, oltre ad essere un gran comunicatore.  Reduce dalla Carmen di Bizet, al Guangzhou Opera Opera House, in procinto a ottobre prossimo di un Rigoletto di Verdi al Teatro dell’Opera di Roma per poi volare a novembre all’Israeli Opera di Tel Aviv con il Barbiere di Siviglia di Rossini, Camastra – che tiene anche delle Masterclass importanti – è senza ombra di dubbio un baritono osannato e chiamato a cantare nei teatri più prestigiosi al mondo oltre che in Italia. Vive in Liguria dove coltiva con successo una grande passione che scoprirete leggendo l’intervista a seguire.

Marco, come tanti tuoi colleghi anche tu spesso porti con grande onore il tuo talento e il Belcanto italiano all’estero, più che esibirti in Italia. Come mai?

“In Italia la situazione è drammatica! Noi artisti siamo costretti ad andare a lavorare all’estero. Capisci che non si può essere pagati dopo quattro anni dall’esibizione. Su 54 Teatri italiani l’unico che funziona bene è il Regio di Torino e forse potrei anche citare la Fenice di Venezia. Direi che sono un po’ pochini, non ti pare? Quando lavori al Regio ti rendi conto di essere in un teatro che, per la realtà italiana, sembra essere una mosca bianca. Anche loro hanno dei problemi economici, ma li risolvono. Tutto lì funziona bene e tutti lavorano per un unico obiettivo: la buona riuscita dello spettacolo. Inoltre sanno mettere in scena spettacoli tra tradizione e novità. Le programmazioni del Regio sono sempre uniche nel panorama italiano”.

Hai cantato nei teatri più prestigiosi al mondo, ma gli Orientali cos’hanno di diverso?

“Per esempio Corea e Giappone hanno la voglia di scoprire, di andare al di là della loro cultura, vogliono aprirsi al mondo e sono assetati delle eccellenze. Hanno grandi doti quali tradizione, serietà, voglia di conoscere e vogliono farlo circondandosi  di persone di competenza. Per gli Orientali la cultura è uguale all’industria, alla sanità e alla legge. In Italia invece è considerata meno di niente. In Oriente magari hanno meno capacità artistica, ma grande attenzione e sono primi nell’apprendere da chi eccelle. Per loro andare all’opera è un evento, un po’ come per noi negli anni ’60/’70. Riservano ai Maestri e ai cantanti lirici un’ospitalità e un calore che ti riempie il cuore. Là non sono tutti santi e qui tutti diavoli, ma bisogna riconoscere l’apertura mentale e la sete di culture altrui. Hanno maggiori risorse economiche, ma le sanno trovare con gli sponsor e non si fossilizzano come nello Stivale a chiedere sovvenzioni allo Stato. Il punto è che tutti i teatri più prestigiosi dal Royal Opera House di Londra al Met di New York hanno sponsor di ogni genere. Perchè chi investe in cultura ha un ritorno d’immagine. Lo Stato non c’entra nulla. Il futuro è verso questa direzione e l’Italia dovrebbe aggiornarsi”.

E la Cina?

“I teatri cinesi sono enormi, anche perchè loro sono tantissimi. Nella terra del Dragone la situazione per alcuni aspetti è simile a quanto detto per Giappone e Corea, ma si differenzia, perchè loro prima vogliono capire il prodotto lirico, studiarlo e poi agire per subito puntare al massimo. Hanno una tradizione di cultura operistica più giovane, i Paesi sopra citati coltivano questa passione da lungo tempo. Ma si accomunano tutti in emotività e rispetto, sia il pubblico che i teatri, cosa che per esempio non accade alla Scala di Milano o all’Arena di Verona. In Italia l’opera raccoglie per la maggior parte le teste brizzolate, mentre in Oriente sono i giovani che la fanno da padrona. In Cina, Corea e Giappone essere insegnanti in campo musicale è una delle professioni più prestigiose, in Italia fai la fame”.

Siamo partiti dal Sol Levante per far sosta nella terra del Dragone ed ora sbarchiamo in Thailandia. Location particolare per il campo lirico, dove tu hai cantato con grande successo. Che pubblico hai trovato?

“Sono stato inviato dal Ministero degli Esteri all’Ambasciata d’Italia locale. C’era un pubblico d’elite e tutti hanno apprezzato il Belcanto. Ero ospite di un pianista tailandese di fama mondiale. Ho visto una grande preparazione, professionalità, capacità e cultura in campo musicale. A Bangkok ho preso atto del fatto che è presente un pezzo enorme d’Italia dove ci sono tantissimi investitori. E’ una città bella e dalle mille sfumature e contrapposizioni: auto moderne che si scontrano con la flemma e la regalità degli elefanti, tecnologia tedesca e italiana che si contrappone alla vita più umile e semplice tailandese”.

Ora atterriamo in Medio-Oriente nella splendida Tel Aviv per addentrarci nella calda Striscia di Gaza…

“Tel Aviv è bella di suo! Frizzante, versatile, giovane e brillante. Non ha ricchezze artistiche paragonabili alle città italiane o a Londra e Parigi ,ma è spettacolare. Grande cultura musicale, infatti ci sono due teatri lirici in una città di 600 mila abitanti, con due grandissimi direttori. Hanno una succulenta programmazione che si adatta a tutti i gusti. Per gli ebrei la musica è un modo per rilassarsi ed è fondamentale. Ho tanti amici là ai quali sono legato e ci vado sempre con grande piacere. E’ una città che dopo lo spettacolo offre ristoranti e locali aperti per una buona cena e svago. Per dirti quanto in Italia non sappiamo apprezzare il patrimonio che abbiamo, pensa che a Be’er Sheva ,la più grande città del deserto del Negev, sorge un teatro dove è stato eseguito per la prima volta il ‘Barbiere di Siviglia’ con un’affluenza di persone mai vista! Conta che addentarsi nel deserto, a un passo dalla Striscia di Gaza, è spesso pericoloso, causa disordini interni tra israeliani e palestinesi che tutti conosciamo. Nonostante il terrorismo si respira una grande serenità. Là non c’è la microcriminalità che ad esempio di trova in Sud America”.

Dopo questo emozionante viaggio da Oriente passando per il Medio-Oriente, ritorniamo a casa tua ad Albeng,a dove c’è la scuola che dirigi con grande professionalità e passione. Quali sono i compositori per un buon inizio?

“Sì, insegnare sarà il mio futuro, non ancora prossimo, ma adoro poter essere utile per i giovani che si affacciano a questo lavoro che vuole disciplina, dedizione, tante ore di studio, ma che ricompensa con enormi soddisfazioni. Per un buon inizio c’è un ABC di dovere: Mozart, tra i più grandi geni della storia della musica e principale esponente del classicismo settecentesco, poi Rossini, dal canto sospeso, esteso ma leggero. Ricordiamo La Cenerentola, l’Italiana in Algeri, dove il complicato si evidenzia nell’eseguire lo spartito così com’è. Il Cigno di Pesaro è l’ultimo tra i virtuosi, l’ultimo belcantista dal rigore musicale. E’ poi arrivato il romanticismo dove con Puccini la metrica cambia notevolmente. Da Rossini la voce si forma e si può arrivare a Verdi, il più celebre compositore italiano di tutti i tempi”.