Fondi Ue, ricercatori italiani costretti a spenderli all’estero

Dei 28 vincitori italiani di una borsa da 1,5 milioni di euro (per cinque anni) del Consiglio europeo della ricerca – in tutto oltre tremila progetti, 328 quelli selezionati e un fondo complessivo di 485 milioni di euro . in Italia ne sono rimasti dieci. Gli altri sono andati all’estero. In Germania su 68 ricercatori assegnatati dei fondi- il Pese elvetico ha battuto tutti, seguito da Regno Unito, Francia e Olanda, mentre l’Italia è stata nona – sono andati all’estero in 21, in Francia su 36 hanno emigrato in cinque. Lo si legge in un articolo del Corriere della Sera, dal titolo "Il successo dei ricercatori italiani (ancora costretti a espatriare)" nel quale si sottolinea anche che "l’unica nota positiva sono le ricercatrici italiane. Se nel 2013 quelle vincitrici erano quasi quanto i connazionali uomini (8 contro 9), quest’anno li hanno sorpassati (18 a 10)".

Ed alcune di queste ricercatrici parlano nell’articolo del Corsera: "In Italia tornerei anche domani ma non ci sono le condizioni. Negli atenei europei, ma non in quelli del nostro Paese, se ti presenti con 1,5 milioni di euro di fondi l’università ne aggiunge altri. E in Italia non c’è possibilità di carriera, non hai sufficiente libertà nella ricerca scientifica e quando la fai sembra che ti stiano quasi facendo un favore" afferma Silvia Vignolini, fisica, 33 anni, dall’Università di Cambridge, dove ricerca sulla propagazione della luce nei materiali naturali. Anche Michela Di Virgilio, 39 anni, che ha studiato i meccanismi di riparazione del Dna prima alla Rockefel ler university di New York ed ora al Max Deibruck Center for Molecular Medicine di Berlino, afferma che "nel nostro Paese ci sono delle isole di ricerca fenomenali, ma in generale c’è un sistema che non è molto competitivo e gli atenei sono poco intemazionalizzati". Stefania Milan, 35 anni, che all’Università di Tilburg, in Olanda, lavora sui big data, spiega di essersi messa in contatto con un ateneo italiano ma che "l’unica cosa che riescono a offrirmi sono cinque anni da ricercatrice precaria. Passato quel tempo dovrei ricominciare tutto daccapo. Sarebbe un gran peccato perché alla fine io mi sono formata qui anche con i soldi degli italiani e sento che qualcosa bisogna restituire alla collettività. Ma non a queste condizioni".