Festival di Sanremo, vince l’amore – di Franco Esposito

Ascolti record, oltre dodici milioni di spettatori nella serata conclusiva. Share pazzesco, superiore al cinquantaquattro per cento per il round finale del Festival di Sanremo. Guadagni record anche per la Rai: i partner commerciali hanno fatto a gara per accaparrarsi gli spazi pubblicitari. Si parla di milioni di euro. Sanremo 2015 ha sbriciolato i primati stabiliti nell’ordine da Fazio, Morandi e da Antonella Clerici. In tutte e cinque i giri, dalla prima all’ultima serata. Il format è piaciuto, chapeau a Carlo Conti. Gradita l’impostazione familiare, la serenità, il livello degli ospiti, e un po’ tutto. Ma le canzoni? Diciassette su venti parlavano d’amore. E l’amore ha vinto.

“Il grande amore” interpretata, cantata con giovanile maestria e notevole furbizia professionale dai tre ragazzi de Il Volo.

Onorato il pronostico della vigilia, i tenorini che incantano gli Stati Uniti e le Americhe hanno goduto del favore (peraltro non immeritato) del pubblico presente all’Ariston. Vittoria quasi invocata, richiesta, pretesa. Sorrisi tanti, simpatia a bizzeffe, il festival 2015 si è consumato all’insegna della serenità. Merito di Carlo Conti, il semplice, il normale, il misurato, l’ammiccante, il convincente. I numeri gli danno ragione; dati e consensi fanno felice la Rai. I vertici aziendali si sono affrettati a  complimentarsi e spargere elogi: bravo Conti, confermato anche per l’edizione 2016.

La sessantacinquesima, questa, genera un interrogativo appena inquietante, mentre si consegna all’archivio. Tutto bene, l’andamento, l’esito, le gag, proprio tutto, ma la musica: ne vogliamo parlare? Carlo Conti ha proposto una chiara  controriforma, lui maestro del genere. Sul piano strettamente musicale non ha funzionato. Diciassette canzoni d’amore su venti, impalpabile l’impiego della fantasia. Finestre sul cielo, sogni infranti, niente di nuovo. Musiche e testi antichi, a voler essere doverosamente pignoli. Le altre, quelle che non parlavano d’amore, non hanno lasciato traccia. Sappiamo come funziona, parlare d’amore paga sempre in termini di risultato finale.

Prima “il grande amore”, seconda “Fatti avanti amore” cantata da Nek, involontario protagonista del caso che ha agitato la serata finale. Il contavoti elettronico si è guastato e lui si è ritrovato al nono posto. Proteste del pubblico, fischi: il bravo conduttore e presentatore ha provveduto a rimettere i conti a posto. Musica mediocre, canzoni non di livello, hanno sentenziato critici esigenti e precisi, evidentemente non legati al carro che ha trasportato solo elogi e nessun appunto. Va bene l’aspetto bonario che ha riportato il festival all’antico, non si è intravvista la vena felice di parolieri e musicisti. Sotto questo aspetto, bisogna accontentarsi: questo passa il convento italiano.

Al ruolo di regina dello spettacolo si è elevata Virginia Raffaele, formidabile imitatrice. Sensazionale la sua Ornella Vanoni in chiave comica: il direttore del festival Leone l’ha opzionata per RaiUno. La stecca di Gianni Nannini, l’acuto non partito e l’attacco fuori tempo in “Sei nell’anima”, comunque non le hanno alienato le simpatia del pubblico. La rockstar senese gratificata con una straordinaria bellissima standing ovation. Più o meno dello stesso livello di quella che ha salutato l’intervento di Will Smith. L’attore hollywoodiano autentica superstar. Ha approfittato dell’occasione per reclamizzare il suo nuovo film “Focus”.

Piero Barone, 22 anni, siciliano di Agrigento, Ignazio Boschetto, 21, bolognese, Gianluca Grenoble, 20 anni, di Atri. I tenorini hanno sbancato. Si rivelarono al pubblico italiano nella trasmissione televisiva “Ti lascio una canzone”, dove si presentarono come solisti. Toni Renis, un gran dritto, ex cantante in Italia e produttore di successo negli States, li ha inventati trio. I primi

italiani a firmare un contratto con una major statunitense. “Tryo” il loro primo nome. Disco di platino il loro primo album, “Il volo”. Giovanissimi, hanno studiato duro e contato in mezzo mondo: Taiwan, Singapore, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Venezuela, Brasile, Messico. Ovunque con grande successo. Barbra Streisand, nel 2012, li ha voluti con sé nel “Back to Brooklyn Tour”. Duetti e pezzi immortali, ‘O sole mio e “Un amore grande così”. Quindici concerti all’aperto negli States e in Canada, e l’inno americano cantato al Dodgers Stadium in occasione della supersfida per il titolo Nfl tra Colorado Rockers e Los Angeles Dodgers. E ora il trionfo al Festival per il trio che ripropone il repertorio classico italiano. “Ma anche il rock, basta che ce lo chiedano”.

Giovanni Caccamo, siciliano, Battiato l’ispiratore, ha vinto tra le Nuove Proposte. Ma più di tutti e di tutte è piaciuta Malika Ayane, cantautrice milanese. “Adesso è qui” il brano che le ha dato il terzo posto nella classifica finale. Un pezzo raffinato, di gusto, e una bella voce. Bionda, sensuale, donna normale che non si pone il problema di mostrare la macchinetta dei denti, ha vinto il premio della critica intitolato a Mia Martini. La consacrazione, per la bella Malika, moglie del regista Federico Broglia, il primo matrimonio a Las Vegas, quello ufficiale a Palazzo Reale a Milano. E un disco multiplatino, sette di platino, due dischi d’oro, tre album e diciotto singoli. Trecentottantacinque mila copie vendute, scusate se è poco. Gratta gratta, il festival della semplicità ha consegnato alla fine motivi di discussione. Gli esiti nell’edizione 2016, ancora con Carlo Conti alla cloche.