Egitto, controrivoluzione incandescente – di Carlo Di Stanislao

A scrivere la fine del governo islamista non sono stati i milioni di cittadini scesi in piazza Tahrir, raccolti nel movimento Tamarod e sotto le insegne del Fronte di salvezza nazionale di Mustafa el Baradei, ma una lobby militare, aiutata e sostenuta dal fiume di dollari e petrodollari versati dagli alleati (Usa in testa) per garantire la labile pax armata in Medio Oriente attraverso il controllo del Sinai. Ricostruisce su Lettera 43 Barbara Ciolli, che quando Mubarak fu costretto a dimettersi consegnò la guida dell’Egitto nelle mani del Consiglio supremo delle forze armate, comandate dal feldmaresciallo Mohammed Hussein Tantawi. I generali appoggiano una rivoluzione soft e si impegnano, con la comunità internazionale, a traghettare il Paese verso gli standard democratici, sospendendo lo stato d’emergenza in vigore dal 1981 e istituendo un comitato per modificare la Costituzione. Tuttavia, senza mai smettere di reprimere con violenza le proteste di chi chiedeva cambiamenti incisivi e non di facciata, in primis una nuova Costituzione scritta da una costituente eletta dal popolo.

Ora, dopo la destituzione di Morsi ed il reintegro del procuratore generale di Abdel Meguid Mahmoud, uomo di Mubarak rimosso da Morsi nel 2012, la contro-rivoluzione sembra essersi nuovamente compiuta. Su Avvenire oggi si legge della felicità dei cristiani copti, ma anche delle minacce di vendetta dei Fratelli Mussulmani, con il patriarca di Alessandria Ibrahim Isaac Sidrak, che afferma che resta il pericolo di sentimenti di vendetta da parte dei sostenitori militanti di Morsi. Meno di 24 ore dopo la deposizione di Morsi, il presidente della Corte costituzionale egiziana, il giudice Adly Mansour, ha giurato come capo dello Stato ad interim e si è insediato al palazzo presidenziale di Ittahadeya per prendere possesso del suo nuovo incarico. Secondo varie fonti il nuovo governo tecnico previsto dalla road map potrebbe essere pronto già da oggi, mentre, nella serata di ieri, l’esercito ha lanciato un appello “all’unità e alla riconciliazione”, assicurando che non ci saranno “misure eccezionali o arbitrarie contro qualsiasi fazione e corrente politica” e ricordando che l’abuso del diritto di protesta potrebbe trasformarsi in una minaccia “alla pace sociale, agli interessi nazionali e all’economia”. Ma intanto la tensione sale e i morti, in queste ore incandescenti del dopo-golpe, ammontano almeno a 15.

Per oggi, giorno di preghiera, i ribelli di Tamarod hanno indetto una manifestazione per proteggere gli esiti della rivoluzione, ma i pro-Morsi, al quale non è stata risparmiata neanche l’umiliazione del divieto d’espatrio, disposizione decisa anche per altri 8 dirigenti della Fratellanz, ne hanno convocata un’altra “contro il colpo di stato militare”. L’entusiasmo del popolo è alle stelle e tutti si dicono convinti che l’esercito non è interessato a prendere il potere. Scrive sul Fatto Quotidiano Laura Cappon, che i  militari, dopo aver guidato la transizione post-Mubarak, hanno riacquistato in meno di un anno credibilità agli occhi della maggioranza degli egiziani ed in pochi sospettano della "buona fede" dei generali. Tuttavia segnali inquietanti sono la chiusura, a poche ore dal golpe, di tre canali televisivi filo islamici e l’emanazione di 300 mandati di arresto per altrettanti membri dei Fratelli Musulmani.

Secondo Merryl Linch la vita residua dell’Egitto non è maggiore di sei mesi e, in una algida nota finanziaria, specifica che il paese dei faraoni rischia di non avere più i soldi per pagare i debiti e i fornitori, interni ed esteri. E questo soprattutto per l’inevitabile crisi turistica, con afflussi diminuiti, secondo  il ministero del Turismo, del 17,3% nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2012, anno in cui gli arrivi erano tornati ad avvicinarsi ai 12 milioni. Ma anche se tutti i dati economici dell’Egitto sono da bollettino di guerra, la Borsa del Cairo, scrive Repubblica, ha salutato l’insediamento del presidente ad interim con un’imprevista impennata di quasi l’8%, che l’ha riportata sui livelli di due anni fa, anche se i volumi scambiati sono così esigui che basta una minima ventata speculativa a far balzare gli indici. Eugenio Occorsio scrive che, cambiato lo scenario, sembra che il Cairo speri in qualche contributo dagli Emirati e dall’Arabia Saudita, ma il problema sono i tempi: le riserve servono a sostenere il cospicuo debito estero e un’altra banca, la Hsbc, calcola che di qui a fine anno l’Egitto ha bisogno di 33 miliardi per i soli costi finanziari, compreso il rifinanziamento di precedenti aiuti ricevuti dall’Fmi. Intanto Moody’s e S&P, e come pensare che si sarebbero lasciate scappare l’occasione, hanno acceso il faro rosso sul Cairo, già bersagliato di downgrading fino al livello di CCC+, a un passo dal minimo. E, per finire, l’Ocse ha peggiorato la sua categoria di rischio a 6/7.