Cittadinanza italiani all’estero, lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo – di Marco Fedi

Mariano Gazzola (Coordinatore MAIE Argentina, ndr) risponde ad una intervista e ad un articolo che di recente ho fatto sul tema della cittadinanza con una strana ricomposizione delle cose da me dette e scritte, che mi costringe a tornare sull’argomento. Cercherò di dire le cose che penso con maggiore chiarezza, ritornando sui punti toccati da Gazzola.

Il mio voto in aula. Prima di tutto non è esatto dire che “non ho partecipato al voto” sugli emendamenti di colleghi di opposizione, come dice l’esponente del MAIE. Semplicemente ero assente per ragioni personali. In che modo avrei agito se fossi stato presente? Avrei cercato di convincere i responsabili del mio gruppo a lasciarci liberi di votare sugli emendamenti relativi alla cittadinanza degli italiani all’estero presentati da noi e dai colleghi di minoranza, dal momento che quegli emendamenti nel merito erano quasi identici. Avrei, poi, discusso con gli altri firmatari degli emendamenti di quale potesse essere il comportamento più coerente nella situazione che si sarebbe determinata dopo le relazioni di maggioranza e di minoranza in Aula, per richiamare l’attenzione del parlamento sui nostri problemi. (Fedi nella intervista a ItaliaChiamaItalia questo concetto lo aveva spiegato chiaramente, ndr).

Detto questo con chiarezza, mi attenderei altrettanta chiarezza dal mio interlocutore nel riconoscere una cosa del tutto evidente, e cioè che non era questa la situazione più adatta per affrontare i temi degli italiani all’estero, come dal sottoscritto detto, scritto e ribadito innumerevoli volte. Avevamo davanti a noi, infatti, non una proposta della maggioranza e del governo, ma una proposta di iniziativa popolare, sostenuta da diverse centinaia di migliaia di firme, un testo specifico sulla cittadinanza ai minori figli di immigrati in Italia, sulla quale rischiavamo di produrre danni, generando reazioni di chiusura e rigetto. Meglio affrontare le questioni specifiche degli italiani all’estero nell’ambito della riforma in discussione al Senato, dove sono stati già fatti tutti gli approfondimenti necessari. In più, in Aula, la relatrice di maggioranza ha rivolto un invito a ritirare i nostri emendamenti e quelli di minoranza si sono addirittura dichiarati contro. La possibilità di vedere approvata una sola virgola, dunque, era pari allo zero, o forse sotto lo zero.

Per quale ragione allora insistere in aula su emendamenti che già in partenza si sapeva che sarebbero stati travolti sotto uno tsunami di voti contrari? Semplicemente per trasformare l’obiettivo della cittadinanza in uno strumento di propaganda politica, alle spalle dei tanti che ci credono e l’attendono. Ebbene, noi non siamo fatti così. Gazzola ne prenda atto. Gazzola davvero pensa che propaganda e strumentalizzazioni possano aiutare il nostro percorso verso la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza italiana ed il superamento della discriminazione nei confronti delle donne? Oppure avremmo bisogno di creare sul tema consenso e impegno per arrivare ad un voto favorevole?

Il nostro voto a favore della legge. A proposito del disegno di legge appena approvato dalla Camera, l’amico Gazzola ne parla in termini approssimativi e generici. Forse per dare l’impressione che la cittadinanza italiana, una volta approvate le modifiche, sarà regalata, concessa a pioggia. Non è così e Gazzola dovrebbe saperlo, basta leggere il testo, che è breve e chiaro. Fino alla definitiva approvazione della nuova legge, i nati in Italia per vedersi riconoscere la cittadinanza italiana, dovranno attendere di arrivare a 18 anni, avranno 1 anno entro il quale fare richiesta e dovrà risultare che non sono stati assenti dall’Italia nei 10 anni precedenti la domanda. Quando le modifiche alla legge 5 febbraio 1992 n. 91 saranno definitivamente approvate, non vi sarà alcun automatismo che lega l’acquisto della cittadinanza alla nascita in Italia. La nascita sul territorio nazionale dà diritto all’acquisto della cittadinanza solo in presenza di due condizioni: la nascita in Italia da genitori stranieri e il fatto che almeno uno di loro sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. Condizione quest’ultima tutt’altro che facile da realizzare. Nel caso di cittadini dell’Unione europea i requisiti sono la nascita in Italia e il possesso, da parte di almeno uno dei genitori, del diritto di soggiorno permanente, che si ottiene dopo cinque anni di residenza legale in Italia. Deve esserci una dichiarazione di volontà di uno dei genitori, o di chi esercita la responsabilità genitoriale, espressa entro il compimento della maggiore età all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, da annotare a margine dell’atto di nascita.

Di chi parliamo quindi? Di chi sbarca in Italia? No, parliamo di chi ha un permesso di soggiorno, lavora e contribuisce ogni giorno allo sviluppo economico, sociale e culturale di questo paese. Solo di queste persone parliamo. Gazzola vorrebbe far credere che si tratti di tutti, creando inutili e deleteri allarmismi.

Vorrebbe anche far credere che l’emigrato in Italia è diverso da chi è emigrato dall’Italia verso l’estero. È vero che esistono differenze storiche. È vero che il fenomeno dell’emigrazione italiana ha assunto caratteri di massa e che la manodopera italiana era richiesta nel mondo, non senza riserve, tuttavia, come la storia della nostra emigrazione negli USA nei primi decenni del Novecento e quella degli italiani in Germania e Svizzera nel secondo dopoguerra dimostrano. Ma Gazzola dovrebbe sapere che molti immigrati oggi residenti in Italia svolgono professioni e mansioni in settori in cui gli italiani non vogliono più impegnarsi.

E chi conosce la storia dell’emigrazione italiana nel mondo conosce molto bene i percorsi analoghi vissuti dalle nostre comunità. I figli degli italiani hanno studiato, hanno fatto impresa, si sono impegnati in politica e sono cresciuti con identità ricche, composite, multiculturali, proprio grazie all’integrazione iniziata con la cittadinanza. Perché negare ai figli di immigrati regolari le stesse opportunità? In questo senso, confermo con piena convinzione che chi vota contro lo jus soli nega la nostra storia di emigrazione.

Ma al di là delle vicende di casa nostra, non so se Gazzola ha avuto modo di leggere che oggi nel mondo vi sono 250 milioni di migranti, che cresceranno in modo esponenziale nei decenni futuri. Come pensa il MAIE di confrontarsi con questi processi? Con lo strumento esclusivo dello jus sanguinis, che senza temperamenti ed equilibri produrrebbe una gigantesca macchina di esclusione di decine di milioni di persone dai diritti civili, sociali, politici?  

Grazie per il rispetto. Noi abbiamo puntato sul provvedimento il cui iter è iniziato al Senato, con tutti i necessari approfondimenti. Un provvedimento specifico sui temi per gli italiani nel mondo. Anche noi ci impegneremo al Senato per ottenere il risultato per il quale lavoriamo da molti anni. Su queste cose, se non ci si lascia andare a piccole provocazioni propagandistiche, possiamo lavorare insieme anche ai colleghi del MAIE.

Ho sempre dato atto al MAIE, quando insieme facevamo opposizione al Governo Berlusconi, di un atteggiamento e comportamento corretto ed utile a far avanzare la causa degli italiani all’estero. La domanda vera allora è questa: in che misura assumere un atteggiamento così distante dall’immigrazione in Italia e dai suoi bisogni e richieste, aiuta gli italiani nel mondo? In che misura sostenere che i figli degli immigrati potrebbero rappresentare un “rischio sicurezza” superiore ai figli degli emigrati italiani nel mondo, aiuta a sostenere le ragioni dello jus sanguinis?

Utilizziamo piuttosto la moderazione sempre, tutti, e renderemo un servizio ai nostri connazionali nel mondo. 

Maggioranza e opposizione. Oggi il MAIE si è alleato con il centro-destra, con Berlusconi e dintorni. Io ricordo, tuttavia, quando il MAIE, con noi, si opponeva alle drastiche scelte del Governo Berlusconi, ricordo nel 2008 i tagli per 17 milioni di euro sulle nostre politiche per finanziare l’abolizione dell’ICI. In quel caso, però, l’ICI, abolita per tutti sulla prima casa, venne invece mantenuta per gli italiani all’estero. A distanza di sette anni, ora che Merlo ha incontrato Berlusconi, ha chiesto e ottenuto assicurazioni che nell’accordo politico non ci siano altre discriminazioni nei confronti degli italiani nel mondo? Il MAIE dice che centro-destra e centro-sinistra sono categorie astratte, residui del passato, e intende superare questa visione, a suo dire, riduttiva della politica. Tuttavia, in concreto si è alleato con Forza Italia e Lega Nord (L’EDITORIALE Ancora nessuna alleanza tra MAIE e Forza Italia (e tanto meno Lega), che non sono due astratte categorie politologiche, ma due partiti in carne ed ossa, guidati da due leader (e che leader!) in carne e ossa. In questa scelta, non c’è qualcosa che non quadra?

*deputato Pd eletto all’estero, residente in Australia