Caratteri nazionali e coronavirus

L’emergenza coronavirus ha spento i pollai della politica. Per un po’. Perché ecco che le polemiche, con le esasperanti discussioni urlate in cui ognuno vuol aver a tutti i costi ragione, riprendono gagliardamente nel Belpaese

Per fare un bilancio di certe scelte fatte dai singoli governi in relazione al coronavirus, e poter dire che sono state opportune, occorrerà aspettare la fine dell’epidemia. Su questo virus, infatti, si conosce ancora poco. A vedere che l’Italia, dopo tutto, tiene, si sarebbe tentati di dire: “Il carattere nazionale è più forte della pandemia”. Si dovrebbe, invece, dire: “Il Paese tiene, nonostante il carattere nazionale”.

Avevo inizialmente scritto: “Tra i pochi effetti positivi del coronavirus vi è l’alt al continuo parlare, accusare, polemizzare, bizantineggiare, ricamare sul nulla di tanti nostri politici, marci fradici di opportunismo, ideologismo, spirito di parte. Lo spettro della morte ha avuto ragione della loro inutile logorrea intrisa di falsi moralismi. E così è stato sospeso anche lo squallido spettacolo dei rumorosi talk show pieni di urlanti primedonne in possesso della verità. Speriamo che duri… Non certo il coronavirus, ma la sospensione del teatrino fatto di chiacchere, accuse, polemiche su tutto e sul nulla. Non dovrei dirlo, ma non essendo io un tifoso, anche la tregua del calcio – sia quello giocato sia soprattutto quello parlato – mi ha arrecato un certo sollievo. Mi dispiace solo per tanta gente che non avrà cosa di cui parlare…”.

Ma ecco che le polemiche, con le esasperanti discussioni urlate in cui ognuno vuol aver a tutti i costi ragione, riprendono gagliardamente nel Belpaese.

Le classiche contrapposizioni Sud vs Nord, leghisti vs compagine al potere, e i vari clan schierati gli uni contro gli altri, si sono ricostituite dopo una breve sosta in questo Paese mal riuscito sul piano unitario e che versa in un perenne clima da guerra civile; una guerra trasposta, però, su un palcoscenico da avanspettacolo.

Un certo Sud nostalgico dei Borboni si compiace del disastro da virus avvenuto nel “virtuoso” Nord. Un mio amico napoletano, ex votante comunista, tuttora nostalgico del comunismo sovietico e anche di quello maoista ma oggi soprattutto mondialista e amante del Diverso (un diverso, però, che sia al cento per cento straniero), mi ha confessato al telefono: “Non mi dispiace che in Lombardia siano morti in tanti. Loro sono populisti, sovranisti, leghisti. Hanno tanto insultato il Sud e adesso sono i più colpiti dal coronavirus. Pagano, inoltre, anche il prezzo del loro inquinamento…”.

Sono rimasto turbato da una simile dose di disgustoso spirito antitaliano. Solo qualche attimo prima, nella pacata discussione che avevo avuto con lui, gli avevo detto che tra i mali italiani vi è l’inesistenza di un normale amor patrio. Non credo che il mio amico avesse capito, parlando io di cose per lui astruse.

Patria, patriottismo sono parole incomprensibili per il progressista, buonista, globalista italiano, il quale immancabilmente “non si sente italiano” e si considera “cittadino del mondo”.

Ebbene, questo mio vecchio amico d’infanzia, dalle idee contrapposte da sempre alle mie, e con il quale quasi sempre riesco ad evitare le discussioni, ha dimostrato con quella frase – ma di ciò non si è reso conto – che gli odi civili, il settarismo, il tribalismo, il familismo amorale, il campanilismo, l’ideologismo sono tra i grandi mali di un paese al quale il coronavirus, che una volta superato potrebbe dopo tutto cambiare in meglio tante cose, non farà probabilmente un baffo, perché è facile prevedere che nel bene e nel male – e soprattutto nel male – tutto riprenderà come prima.