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Ricordando Marcinelle, commuoversi non basta – di Giovanni Longu

di ItaliaChiamaItalia
venerdì 19 Agosto 2016
in Italiani all'estero, Scelti
8 agosto, Marcinelle

8 agosto, Marcinelle

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In occasione del 60° anniversario della disgrazia (8 agosto 1956) di Marcinelle, molti politici si sono sentiti in dovere di ricordare quel tragico evento. Quasi tutti gli interventi mi sono sembrati di circostanza, senza alcun accenno alle cause e alle responsabilità. Non basta commuoversi al ricordo della morte orrenda subita dai 262 minatori, ma occorre, mi sembra, anche una riflessione attenta sulle responsabilità politiche di quella e di innumerevoli altre disgrazie occorse agli emigrati italiani nel mondo.

Un’occasione mancata Il ricordo e la visita dei luoghi e di quel che resta della miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, almeno da parte dei politici avrebbero dovuto provocare una qualche riflessione sulle condizioni di quei minatori, sulle circostanze della disgrazia e soprattutto sulla politica migratoria praticata nel dopoguerra dall’Italia e proseguita per decenni. Non solo per Maullu, Fedi, Tacconi, Garavini e compagni, ma anche per le alte cariche dello Stato è stata un’occasione mancata.

A Marcinelle, alla cerimonia commemorativa della tragedia di 60 anni fa, quest’anno è intervenuto il presidente del Senato Pietro Grasso in rappresentanza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, del quale ha letto un messaggio. Francamente anche questo mi è sembrato molto di circostanza e poco coraggioso.

Il presidente Mattarella ha ricordato che quello di Marcinelle fu «uno dei più sanguinosi incidenti sul lavoro della storia italiana ed europea, una tragedia assurta a simbolo delle sofferenze, del coraggio e dell’abnegazione dei nostri concittadini che lottavano – attraverso il duro lavoro – per risollevare se stessi e le loro famiglie dalla devastazione del secondo conflitto mondiale», ma non è andato oltre. Eppure è risaputo che quei minatori si trovavano in quella e in altre miniere, come pure negli innumerevoli cantieri svizzeri e altrove, anche per contribuire al risollevamento economico e sociale dell’Italia. Forse una parola di riconoscenza sarebbe stata gradita dai familiari delle vittime non meno dei «sentimenti di profonda vicinanza e solidarietà» del Presidente della Repubblica e dell’impegno del presidente Grasso a ospitare prossimamente in Senato una mostra dedicata a Marcinelle «rivolta soprattutto ai più giovani».

Le responsabilità della politica Il presidente Mattarella, o il suo rappresentante Grasso, avrebbero anche potuto aggiungere almeno un accenno alle gravi responsabilità della politica migratoria dissennata del dopoguerra e magari chiedere scusa, in nome della Repubblica, per le inadempienze gravi nei confronti di quei minatori e di quanti incontrarono nella loro vita da emigrati grandi sofferenze e talvolta la morte.

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I massimi rappresentanti dello Stato avrebbero potuto riconoscere, eventualmente con le attenuanti del caso, che l’accordo Italia-Belgio del 1946 fu un errore e che per decenni l’Italia è stata inadempiente nei confronti degli emigrati, non rispettando in pieno l’articolo 35 della Costituzione. Questo articolo, mentre riconosce ai cittadini italiani la libertà di emigrare, obbliga lo Stato a tutelare il loro lavoro all’estero. Non lo ha sempre fatto e ha dimenticato e continua purtroppo a dimenticare anche oggi che la miglior tutela, ossia quella più efficace, è senz’altro «la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori», pure prevista dallo stesso dettato costituzionale.

Anche la terza carica dello Stato, Laura Boldrini, ha voluto ricordare la tragedia di Marcinelle, ma paradossalmente ha messo sullo stesso piano i minatori che persero la vita in miniera con i profughi di oggi, senza distinguere i contesti e le circostanze. Anche lei naturalmente si è guardata bene da qualsiasi accenno alle responsabilità dell’Italia di ieri e di oggi. Ha ricordato giustamente che «la tragedia di Marcinelle ci riporta al presente, parla al mondo di oggi» e che «i processi di migrazione possono essere molto dolorosi, ma anche processi nei quali si può veramente costruire un percorso di sviluppo», ma si è fermata qui, mentre la domanda fondamentale resta: come è possibile costruire un percorso virtuoso di sviluppo?

Formazione indispensabile Riconosco che non è facile dare risposte soddisfacenti al riguardo, ma basterebbe riferirsi agli esiti migliori dell’emigrazione italiana del dopoguerra per trovare indicazioni preziose. Purtroppo dell’emigrazione si commemorano ormai quasi solo le tragedie, mai o quasi mai i successi. Eppure ce ne sono stati moltissimi. Tutti avevano in comune non solo la volontà di riuscita, l’impegno personale, ma anche le opportunità: una buona scolarità e una solida formazione professionale. Nei confronti dei profughi e degli immigrati nell’Italia di oggi trovo giusto che si parli di accoglienza, rispetto delle leggi, tolleranza e quant’altro, ma sono convinto che non ci può essere una vera politica d’integrazione senza una politica di formazione professionale corrispondente alle capacità personali, ma anche ai bisogni dell’economia. Ma a che punto è la formazione professionale in Italia, non solo per i richiedenti l’asilo ma anche per gli stessi italiani? Com’è possibile tollerare che un giovane su tre non studia e non lavora? Occorre davvero cambiare la Costituzione italiana per intervenire seriamente su questa situazione, la peggiore in Europa, peggiore persino di quella della Grecia, della Croazia, della Spagna, ecc.?

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