Italiani all’estero, la riforma dei Comites e del CGIE

Gerardo Petta, consigliere del Comites di Zurigo: “C'è il rischio, nella mia impressione, che il CGIE si trasformi in un carrozzone burocratico, ove collocare i professionisti dell'emigrazione”

Ho letto con interesse e attenzione l’intervento del segretario generale del CGIE Michele Schiavone, con cui l’autore si è premurato, nelle scorse settimane, di rendere nota la bozza delle proposte di legge relative alla riforma dei Comites e del CGIE.

Confesso di aver provato un moto di sorpresa nel leggere che le proposte normative, con i relativi articolati, sono state inviate a “tutti i partiti dell’arco costituzionale”, ciò che mi induce a pensare che vi sarebbero, nel Parlamento italiano, partiti o movimenti che si pongono al di fuori del quadro democratico e a cui quindi non bisogna inviare le bozze di riforma di cui qui si parla. Si è trattato, voglio credere, di un lapsus calami.

Quanto ai contenuti sia delle bozze normative sia del documento di accompagnamento, su cui il segretario generale si è soffermato in maniera molto puntuale, essi meriterebbero, io credo, un esteso dibattito, cui mi permetto di dare, per parte mia, un modesto contributo di riflessione, nella speranza che altri lettori-elettori prendano, a loro volta, la parola. Naturalmente, mi limito ad alcune impressioni, a volo di uccello, che io confido siano di un qualche interesse.

Vi è un dato, anzitutto, che risalta particolarmente: nel documento di accompagnamento, si afferma che l’anagrafe degli italiani all’estero è passata da 3 milioni nel 2006 agli oltre 6 milioni di questi ultimi anni.

Si tratta di un incremento notevolissimo, addirittura eccezionale, che tuttavia non sembra formare oggetto né di analisi né di scandaglio. Chi sono questi nuovi iscritti all’Aire? Si tratta forse di nuovi cittadini? Oppure di italiani trasferitisi all’estero? In quali Paesi si addensano maggiormente? Sono, mi sembra, dati di grande rilievo, anche per meglio comprendere quale sia il grado effettivo di rappresentatività dei Comites così come la partecipazione alla vita della collettività dei nuovi residenti.

Nel contesto inoltre del Consiglio generale degli italiani all’estero, ossia del CGIE, viene prospettata una sorta di parallela espansione della rappresentanza dei cittadini europei residenti in Paesi terzi. Si auspica infatti la creazione di un ”Consiglio generale degli europei residenti all’estero” e, altresì, di una agenzia europea, anche se mancano indicazioni operative sui modi con cui concretizzare siffatte proposte. In proposito, gioverebbe di più, nella mia impressione, proporre la creazione di un servizio consolare europeo, comune ai 27 Paesi membri dell’Unione, col superamento perciò della pletora corrente degli uffici consolari nazionali. Ma parliamo, come è facile capire, di progetti di lungo periodo, che vedranno la luce, se pure la vedranno, tra molti anni.

Su un piano più immediato, vorrei osservare che sarebbe utile poter acquisire dati più circostanziati sul lavoro svolto in questi anni dai Comites e dal CGIE. In quali ambiti, l’azione dei due organismi si è rivelata efficace? Dove hanno fallito?

Vorrei aggiungere una ulteriore considerazione circa le attività, presenti e future, del CGIE. Nella bozza di articolato, sono previste molte, forse troppe, importanti attribuzioni in favore di questo organismo, compiti che tuttavia potrebbero essere svolti più efficacemente, almeno nel mio giudizio, da una struttura altamente professionale quale è, per esempio, la Direzione generale degli italiani all’estero della Farnesina, assieme al corrispondente Dipartimento del ministero degli interni. C’è il rischio, nella mia impressione, che il CGIE si trasformi in un carrozzone burocratico, ove collocare i professionisti dell’emigrazione.

Quanto infine alla auspicata riforma (o controriforma?) dei Comites, vorrei formulare alcune considerazioni, non molto dissimili, del resto, da quelle che ho già prospettato più volte, in numerose precedenti occasioni, senza però trovare alcun ascolto, almeno fino ad oggi.

Gioverebbe, io credo, porre, tra i compiti del Comites, l’azione di stimolo nell’ambito dei processi di riorganizzazione del lavoro consolare. Occorre che i Comites si facciano promotori di progetti e di proposte operative, col fine di innalzare la qualità e la velocità del lavoro degli uffici, senza aspettare l’arrivo di nuovo personale o di nuove risorse, ma impegnandosi da subito a fornire un contributo propositivo.

Occorrono quindi nuove idee, nuove proposte, col fine anzitutto di digitalizzare il lavoro delle sedi consolari, evitando però, o riducendo al minimo, il cosiddetto ”home working”, che è stato pensato per gli impiegati, ma non per i cittadini; pretendere inoltre l’apertura degli sportelli al pubblico sette ore su sette, senza interruzioni infrasettimanali; riscrivere, assieme al console, la home page dei consolati, con un linguaggio chiaro e accessibile, tale cioè da essere compreso anche dai cittadini con un basso grado di istruzione; richiedere infine l’eliminazione delle crescenti vessazioni informatiche, di cui i diplomatici non sembrano rendersi conto, annullando, come prima, utile misura, l’obbligo di prenotazione elettronica degli appuntamenti di lavoro.

*consigliere Comites di Zurigo