Il mercato statunitense rallenta e il vino italiano ne paga il prezzo. Dazi, inflazione e maggiore prudenza negli acquisti stanno mettendo sotto pressione le esportazioni verso gli Stati Uniti, primo mercato estero per il settore enologico italiano. Eppure, nonostante le difficoltà, le aziende non intendono arretrare: gli Usa continuano a rappresentare una destinazione troppo importante per essere abbandonata.
Secondo i dati dell’Osservatorio di Unione italiana vini riportati da La Stampa, nel periodo compreso tra aprile 2025 e marzo 2026, a un anno dall’introduzione dei dazi al 15%, l’export italiano di vino verso gli Stati Uniti ha registrato una flessione del 17% in valore. Una perdita superiore ai 340 milioni di euro, accompagnata da una contrazione dei volumi del 9%, scesi al livello più basso degli ultimi dieci anni.
Anche nei primi mesi del 2026 le esportazioni hanno continuato a risentire delle tariffe aggiuntive, con un calo del 13% in valore. Qualche segnale positivo è però arrivato durante l’estate: nel terzo trimestre si è registrato un rimbalzo vicino al 17% sul mercato americano. Un recupero che lascia intravedere margini di ripresa, ma non cancella le difficoltà.
I grandi marchi soffrono, resistono i vini di pregio
La frenata non colpisce tutti allo stesso modo. Le grandi aziende stanno incontrando maggiori difficoltà rispetto alle realtà più piccole, mentre i vini di fascia alta dimostrano una capacità di tenuta superiore. Etichette prestigiose come Brunello e Barolo continuano a mantenere una posizione di forza, anche in un contesto nel quale il prezzo delle uve registra forti ribassi.
Più complicata la situazione per la fascia media del mercato. L’aumento dei prezzi, l’inflazione e l’incertezza economica spingono i consumatori americani a valutare con maggiore attenzione le spese, rendendo più difficile collocare prodotti che non possono competere né sul prezzo né sul prestigio dei grandi marchi.
Prosecco e bollicine, l’eccezione italiana
In uno scenario complessivamente difficile, c’è un segmento che continua a mostrare segnali di crescita: quello degli spumanti. Le bollicine sono infatti l’unica categoria per la quale si prevede un incremento delle vendite negli Stati Uniti, stimato intorno all’1%.
A trainare questa dinamica è soprattutto il Prosecco Doc, che sembra intercettare meglio le nuove esigenze dei consumatori. Il suo vantaggio è anche economico: negli Stati Uniti una bottiglia viene venduta mediamente tra i 15 e i 20 dollari in enoteca, una fascia di prezzo accessibile a un pubblico ampio anche in una fase di minore disponibilità alla spesa.
Vinitaly scommette ancora sugli Stati Uniti
La centralità del mercato americano è stata confermata dalla terza edizione di Vinitaly Usa, la prima organizzata a New York dopo le due precedenti tappe di Chicago. All’evento hanno partecipato circa 300 aziende italiane, con 3.000 presenze provenienti da 20 Stati americani e 40 Paesi.
Non soltanto un’occasione per promuovere le etichette italiane e incontrare buyer e distributori, ma anche un’opportunità per sviluppare collaborazioni nel settore turistico, coinvolgendo tour operator interessati ai territori del vino.
Il messaggio è chiaro: nonostante i dazi e la contrazione delle vendite, l’Italia non può permettersi di perdere terreno negli Stati Uniti. La sfida sarà difendere il valore delle proprie produzioni, sostenere le aziende e consolidare la presenza di un comparto che rappresenta una delle espressioni più riconoscibili del Made in Italy nel mondo.




























