‘Italiani all’estero per lavare i piatti? In Italia non lo farebbero’

Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, in una intervista alla Stampa parla di emigrazione, un tema che è diventato assai attuale nell’ultimo periodo: sempre più italiani, infatti, giovani e meno giovani, fuggono all’estero in cerca di una vita migliore dal punto di vista lavorativo e quindi economico. Ma lasciare il proprio Paese per andare oltre confine vuol dire anche conoscere nuovi posti, entrare in contatto con persone di culture diverse, fare una esperienza umana che in ogni caso arricchisce.

"L’italiano che va in Spagna o in Francia – spiega De Rita – magari all’inizio accetta di fare lo sguattero o di pelare patate, però ambisce a diventare uno chef stellato o ad aprire un suo ristorante. Se resta in Italia e viene assunto in una rosticceria o in una trattoria continuerà negli anni a svolgere lo stesso lavoro in imprese ad inadeguata capitalizzazione", "in Italia conta tagliare il più possibile i costi di esercizio. Non è solo questione di paga differente, ma di ambizione che il mercato italiano non consente di alimentare".

Secondo il sociologo "Roma è l’esempio più evidente di una dinamica che coinvolge la ristorazione italiana. Per il Giubileo sono in arrivo nella capitale 33 milioni di pellegrini, però il modello dilagante rimane quello della trattoria al risparmio in cui un pizzaiolo egiziano, un cuoco pakistano e 2 cameriere moldave mandano avanti il ristorante di cui è proprietaria la famiglia italiana. Non si investe per migliorare, la qualità è considerata un lusso" e gli immigrati "vengono dalla miseria nera. Qui lavorano sodo e non si lamentano. Per loro essere in Italia è già un colossale avanzamento sociale. Essere assunti in trattoria per gli immigrati è traguardo, per i nostri figli e nipoti è una sconfitta, un ridimensionamento delle aspettative”.

“La colpa – sottolinea De Rita – è degli investimenti inadeguati. Se manca la visione, piccolo non è bello. La prima volta che misi piede a Prato le aziende tessili erano microscopiche: le famiglie compravano un telaio e lo piazzavano nel sottoscala per lavorarci a turno. Poi però sono diventate imprese mondiali. La rosticceria invece resterà sempre com’è. Finirci a lavorare significa non avere possibilità di progredire".