Italicum, i dem eletti all’estero: ‘fiducia doverosa’. Ma Farina non la vota – di Barbara Laurenzi

Roma – Tutti d’accordo sulla fiducia. O quasi. Gli eletti all’estero del Partito Democratico sembrano vedere come un male in fondo accettabile la decisione del presidente del Consiglio Matteo Renzi di blindare il testo dell’Italicum nella sua seconda lettura alla Camera. Sarebbe stato meglio di no, ma l’importante ora è andare avanti con le riforme.

Sembra essere questo il leit motiv dei deputati dem appartenenti alla circoscrizione estero, che non si accodano al coro di polemiche interno al partito né alle critiche avanzate dal loro stesso coordinatore, il responsabile del Pd nel mondo Eugenio Marino. Tutti sulla stessa linea d’onda, con un distinguo d’eccellenza. Tra i trentotto che non hanno votato la fiducia, infatti, c’è anche il parlamentare eletto in Svizzera Renato Farina.

“Sì, sono tra quei trentotto che non hanno votato la fiducia, mi è costato moltissimo – spiega il deputato a ItaliaChiamaItalia -. Non è stato facile per me, dal punto di vista della mia storia personale e politica, perché sono stato sempre un sostenitore delle battaglie interne al partito, si discute dentro e poi si accetta la scelta della maggioranza”.

“Questo è il primo grande errore politico del premier che, in realtà, ha sempre dimostrato di avere un grande fiuto. Mi stupisce e mi amareggia questo passo falso del presidente del Consiglio, avrebbe dovuto mettere in discussione gli emendamenti che, ne sono sicuro, non sarebbero passati, così come non sono passate, sconfitte da un voto schiacciante, le pregiudiziali di costituzionalità contro le quali ho votato anche io, perché ho ritenuto che non ci fossero i presupposti”.

“Non ritengo l’Italicum una buona legge, avrei votato per l’apparentamento al secondo turno e per la diminuzione dei collegi, ma sono sicuro che comunque gli emendamenti non sarebbero passati. Il dibattito parlamentare è alla base della democrazia, poi la minoranza si adegua, ma deve avere modo di esprimersi”.

“Sono d’accordo con Marino – aggiunge poi Farina -, sono stato tra quelli che hanno salutato con maggiore favore il rinnovato clima di collaborazione che si era instaurato dopo l’elezione di Mattarella e ora soffro nel vederlo compromesso in questo modo”.

Di diverso avviso, invece, Fabio Porta. “Se il governo ha ritenuto di seguire questa strada – spiega il deputato eletto in Sud America – è perché c’era il serio rischio che la legge si impantanasse per l’ennesima volta in Parlamento, come già accaduto in altre innumerevoli occasioni. La priorità, in questo momento, è invece rappresentata dal proseguimento delle riforme costituzionali, affinché si possa dare finalmente all’Italia un assetto istituzionale più moderno e snello”.

“Non sono tra quelli che si stracciano le vesti per la decisione di porre la questione di fiducia. Certo, anche io avrei preferito che non ci fosse il ricorso alla fiducia anche perché, in questo modo, si sarebbe evitato il forte sentimento di disagio interno al partito. Detto questo, però, dobbiamo andare avanti con le riforme e pensare ai problemi più seri e concreti e alle soluzioni che gli italiani, compresi quelli all’estero, aspettano da noi”.

“Avrei preferito che il governo non avesse posto la questione di fiducia su un provvedimento del genere – spiega Francesca La Marca, parlamentare eletta in Nord e Centro America -. Sarebbe stato, a mio avviso, molto meglio evitare questo tipo di situazione”.

“Si tratta ormai, però – prosegue la deputata residente in Canada – di una decisione presa che non posso far altro che accettare. È una scelta fatta non solo dal governo, ma dal mio stesso partito, e per coerenza non posso che rimettermi alla decisione della maggioranza. Questo non vuol dire che non comprenda le motivazioni che hanno condotto a porre la questione di fiducia, le capisco e le accetto, anche se avrei preferito che fossero votati gli emendamenti”.

“Bisogna essere razionali nei giudizi, la prima questione che a me salta agli occhi è che il voto segreto su una materia così politica sia il primo, vero, errore – commenta Marco Fedi, eletto in Australia -. Non vedo errori più gravi di questo. Non capisco come si possa chiedere il voto segreto su una legge elettorale sulla quale avrebbero dovuto reggere gli accordi di maggioranza e quelli con Forza Italia che ha votato il testo al Senato”.

“Non potevamo correre il rischio di rimettere in discussione un testo che poi sarebbe tornato al Senato – prosegue Fedi -. E poi, il popolo italiano non deve avere dubbi sul fatto che non esistesse un accordo segreto sull’elezione di Mattarella in cambio del passaggio della legge elettorale”. “Forza Italia poteva legittimamente auspicare di essere coinvolta nella scelta di Mattarella, ma le due cose erano distinte”.

“Se il governo è arrivato a porre la fiducia è perché non potevamo correre il rischio che il testo tornasse al Senato. Ci è stato detto che è stata una dimostrazione di mancanza di fiducia nei confronti dei colleghi di partito, ma devo dire che abbiamo già vissuto molti momenti in cui non abbiamo dimostrato di meritare chissà quale fiducia, basti ricordare i 101 sul voto per Prodi”.

“È legittimo che ci sia una richiesta di trasparenza e l’unico modo era il voto palese, credo che su una materia del genere iI voto segreto non andrebbe mai adottato. Il governo ha scelto un percorso chiaro fin dall’inizio, un disegno di legge di iniziativa governativa sia per quanto riguarda la riforma costituzionale che per la legge elettorale. Avevamo già accettato il fatto che nelle materie politiche di rilevanza ci fosse una linea guida del governo – conclude Fedi -. Non potevamo permetterci il lusso di rimettere tutto in discussione, in questo senso la fiducia posta dal governo è stata non solo legittima, ma anche doverosa”.