Andreotti, il ‘processo del secolo’ e la mafia

Giulio Andreotti in una immagine del 2006. ANSA/CARLO FERRARO

Quando, nel 1993, la Procura di Palermo chiese al Parlamento l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti un giornale titolo’: ‘Ora tocca a Belzebu”. Erano in effetti accuse diaboliche quelle elencate nel dossier dei magistrati siciliani: al senatore veniva in sostanza contestato di avere stretto un ‘patto scellerato’ con la mafia. Fu lo stesso Andreotti a chiedere che fosse concessa l’autorizzazione a procedere e cosi’ tre anni dopo, il 26 settembre 1995, nell’aula bunker dell’Ucciardone, gremita di giornalisti e telecamere, comincio’ il ‘processo del secolo’. Misurato, preciso, puntuale, Andreotti si comporto’ come un imputato rispettoso dei ruoli e delle regole. Sempre presente nelle udienze importanti, cortese con i giudici e i cronisti, fece dell’ironia la sua arma piu’ apprezzata. ‘Spero di arrivare vivo fino alla sentenza’ si auguro’ all’inizio del dibattimento. Non pote’ che esprimere percio’ il suo compiacimento quando la sentenza definitiva lo trovo’ vivo e vegeto il 15 ottobre 2004. In primo grado (23 ottobre 1999) era stato assolto ma in appello, il 2 maggio 2003, il verdetto era stato piu’ controverso: prescrizione per i fatti contestati fino al 1980, assoluzione per quelli successivi. La Cassazione ha confermato proprio questa impostazione del verdetto nel quale si afferma che Andreotti ha avuto ‘rapporti di amichevole disponibilita” e di ‘concreta collaborazione’ con la mafia. Ma solo fino al 1980. Da quel momento ha assunto invece ‘atteggiamenti incompatibili con il perdurare della partecipazione’.

L’accusa di rapporti collusivi con Cosa nostra era sostenuta da 37 pentiti. Alcuni di grande caratura come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. Altri di discutibile affidabilita’ come Balduccio Di Maggio, che ha parlato di un incontro del senatore con Toto’ Riina suggellato da un bacio. ‘Non mi piace baciare gli uomini’ era stata la sulfurea replica di Andreotti.

Nel sistema di relazioni ‘pericolose’ ricostruito dal processo di Palermo un ruolo centrale e’ assegnato a Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia e capo di quella che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa definiva nel suo diario la ‘famiglia politica piu’ inquinata dell’isola’. Lima aveva aderito alla corrente andreottiana nel 1968. Secondo i pm palermitani, avrebbe portato in dote un cospicuo pacchetto di tessere facendola diventare da piccola componente laziale a corrente nazionale della Dc. Con la mediazione di Lima sarebbero cominciati i rapporti di Andreotti con Cosa nostra che alla fine del 1979 avrebbero avuto una svolta drammatica. La mafia, per bocca di Stefano Bontade, avrebbe fatto sapere al senatore di non essere disposta a tollerare piu’ l’azione di rinnovamento avviata dal presidente della Regione, Piersanti Mattarella.

 Andreotti sarebbe venuto in Sicilia per tentare una mediazione e salvare la vita a Mattarella, cresciuto all’ombra di Aldo Moro. Sarebbe tornato dopo il delitto (6 gennaio 1980) per chiedere spiegazioni ancora a Bontade che aveva liquidato ogni discorso spiegando che ‘qui comandiamo noi’. Nel 1992 fu ucciso Salvo Lima perche’, con i cugini Nino e Ignazio Salvo, non avrebbe garantito Toto’ Riina, nuovo capo della cupola mafiosa, sull’esito del maxiprocesso in Cassazione. Andreotti ha sempre negato rapporti e scambi con la mafia: ‘Sono stato descritto come un traditore dei doveri di fedelta’ allo Stato. Ma nessuno ha saputo dire in che cosa si fossero concretizzati i miei favori a questa gente’. Per lui era un punto nodale ‘irrisolto perche’ inesistente’.