Conservare la memoria dell’emigrazione italiana in Argentina attraverso le storie delle famiglie, gli oggetti quotidiani e i documenti che hanno accompagnato milioni di connazionali nel loro viaggio verso una nuova vita. È questo l’obiettivo della nuova campagna lanciata dal Museo dell’Immigrante Italiano “Manuel Belgrano” di Buenos Aires, che invita gli italiani e i loro discendenti a donare fotografie, lettere, passaporti, bauli, utensili e altri cimeli legati all’esperienza migratoria.
L’iniziativa punta a preservare non soltanto gli oggetti, ma soprattutto il patrimonio umano e culturale che essi rappresentano, valorizzando le vicende personali che hanno contribuito alla costruzione dell’Argentina moderna.
Non oggetti di valore, ma storie di vita
Ogni donazione viene catalogata ufficialmente e accompagnata dal rilascio di un certificato al donatore.
“Ciò che cerchiamo è raccogliere gli oggetti insieme al valore immateriale che essi racchiudono. In realtà, non cerchiamo oggetti di valore economico, ma tutto il contrario: cerchiamo generalmente ricordi di famiglia, oggetti che parlino di una storia“, spiega Fernando Martin, curatore del museo.
“A noi interessa la vicenda umana dietro ogni pezzo e il motivo per cui è stato conservato così a lungo“, aggiunge.
Le testimonianze diventano patrimonio digitale
Uno degli aspetti più innovativi del progetto riguarda la raccolta delle testimonianze orali delle famiglie.
Quando vengono donati fotografie, attrezzi da lavoro, strumenti o altri oggetti personali, il museo registra il racconto del donatore e lo collega a un QR Code.
In questo modo i visitatori possono ascoltare direttamente la voce delle famiglie che hanno custodito quei ricordi per decenni.
L’iniziativa contribuisce anche alla salvaguardia dei dialetti italiani, spesso utilizzati spontaneamente dai donatori durante il racconto delle proprie storie e ormai quasi scomparsi nella comunità italiana di Buenos Aires.
Un museo che insegna la storia dell’emigrazione
Le collezioni vengono utilizzate durante le visite didattiche dedicate agli studenti delle scuole primarie e secondarie, che approfondiscono il fenomeno dell’immigrazione italiana e il processo di integrazione che ha contribuito a plasmare la società argentina.
Il museo, attualmente ospitato presso il Circolo Albidonese, ha ormai esaurito gli spazi disponibili proprio a causa del crescente numero di donazioni ricevute.
Tra i materiali ricercati figurano passaporti, certificati di nascita, lettere, diari di viaggio, fotografie, ritratti di famiglia, strumenti di lavoro, valigie, bauli, abiti d’epoca, utensili domestici e medaglie.
Giuseppe Napoli: “La storia degli immigrati non deve scomparire”
Il fondatore e presidente del museo, Giuseppe “Pino” Napoli, originario di Albidona (Cosenza) ed emigrato in Argentina nel 1956, spiega così le ragioni che lo hanno portato a creare questa istituzione.
“Ciò che mi ha spinto a fondare e gestire questo museo è il mio legame profondo con le radici e la convinzione che la storia sia vitale: senza memoria, il futuro è impreciso“, afferma.
Napoli ricorda come molte associazioni italiane all’estero abbiano progressivamente perso la propria funzione culturale.
“Vedendo che molte società italiane sono in decadenza e si trasformano spesso in soli ristoranti, ho sentito il dovere di non lasciare che la storia degli immigrati scomparisse dal pensiero degli argentini e dei nostri nipoti. Il museo, come istituzione educativa, deve mostrare cosa l’immigrazione ha significato per il nostro Paese“, sottolinea.
Dalle valigie ai professionisti: il sogno italiano in Argentina
Il percorso espositivo racconta il contributo degli italiani alla crescita dell’Argentina, dai lavori più umili fino alle professioni intellettuali.
“Nella sala principale mostriamo ciò che gli italiani hanno portato, ma soprattutto ciò che hanno costruito e realizzato in ogni ambito: religione, musica, arte, scienza e lavoro. Documentiamo il passaggio dai mestieri umili alle professioni universitarie, realizzando il sogno di molti immigrati riassunto nella celebre espressione ‘mio figlio il dottore’“, racconta Napoli.
Professore Consulto dell’Università di Buenos Aires (UBA) e coordinatore della rete dei 24 musei dell’ateneo, il fondatore considera il museo anche uno strumento di dialogo con le nuove migrazioni.
“L’uomo è un essere migrante per natura e noi trasmettiamo questo concetto agli studenti che ci visitano: cerchiamo di far capire ai giovani — siano essi figli di europei o nuovi immigrati venezuelani, boliviani o peruviani — che le sensazioni di adattamento e convivenza sono le stesse che abbiamo vissuto noi“, conclude.
Con questa campagna, il Museo dell’Immigrante Italiano di Buenos Aires rilancia il proprio ruolo di custode della memoria collettiva degli italiani in Argentina, trasformando ogni fotografia, ogni lettera e ogni oggetto di famiglia in una testimonianza preziosa destinata alle future generazioni.

























