Ubi maior minor cessat. Angelino Alfano ha sfatato questo detto, imponendosi come segretario (si è dimenticato di dimettersi dalla sua carica apicale nel partito) sul Presidente Berlusconi. Consunto, costernato, addolorato, visibilmente sofferente per la faida interna, Silvio ha dovuto dare fiducia a Letta per non minare l’unità del PdL o perlomeno, detonare il movente politico (infatti, nonostante tutto, pare si avvii un nuovo gruppo alle Camere).
Il prezzo di questa scelta è stato salatissimo, confusione ed incomprensibilità da parte dell’elettorato e sgomento interno. Non era mai accaduto che figli della sua storia, si scoprissero così tanto in dissenso con il leader indiscusso. Non per niente, il catalizzatore di successi, consenso, voti e rappresentanza è stato il sempre e solo Silvio Berlusconi.
Un Giovanardi, un Cicchitto, un Lupi, non penso abbiano avuto un rigurgito di orgoglio o uno scatto politico. Così come non posso immaginare siano così sprovveduti da credere in un ritorno elettorale da questa mossa politicamente suicida. La regia è molto più alta ed occulta.
Lapalissiano è il bene placet di Napolitano, che conduce un gioco soft per estromettere de facto il Cavaliere dal governo, dalla maggioranza e quindi spegnere le pretese sul nodo giustizia.
I dissidenti pidiellini non sono solo squallidamente incoerenti, ma anche profondamente vili nell’attaccare il leader nel cui appannaggio si sono nutriti in tutta la seconda Repubblica e, tra l’altro, fucilarlo nel momento di massima fragilità umana.
L’ex premier non poteva fare altrimenti, che tentare, in extrema ratio, di non mettersi alla guida di una opposizione feroce. Certo, il Silvio d’altri tempi, quello che conosco io, l’avrebbe fatto, ma ricordiamoci che gli spazi di manovra sono strettissimi. Tra poco verrà coercitato delle sue libertà personali. Una battaglia elettorale avrebbe potuto portare in auge Marina ad esempio, e dall’alto della guida di un nuovo governo tentare di riabilitare il padre. Differentemente, mettersi a puntellare una nuova maggioranza lo marginalizzerebbe e renderebbe vacui per sempre i tentativi di “rispolvero”, visto che passerebbe troppo tempo.
L’orologio oggi è il più grande nemico di Silvio, le lancette pendono come una spada di Damocle sulla sua testa. E di sicuro, il tempo che passa, non è in compagnia di amici. Insomma, poco e cattivo tempo, cosa c’è di peggio?
Twitter @andrewlorusso
































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