Consolati italiani all’estero, razionalizzare: parte riforma del MAE

Risparmiare nel contesto della spending review, razionalizzare, liberare risorse, offrire servizi sostitutivi. Sono questi i quattro cardini della riforma della rete diplomatico-consolare che il viceministro degli Esteri Marta Dassù, ha illustrato alle commissioni Affari esteri riunite di Camera e Senato. Un piano che prevede l’apertura di tre nuove ambasciate in Turkmenistan, Cina e Vietnam a fronte di una chiusura di una serie di consolati generali in terre d’emigrazione ‘tradizionale’ (dalla Svizzera, al Belgio, dall’Australia agli Usa, ma c’è anche Alessandria d’Egitto) in tre fasi: la prima entro il prossimo 30 novembre, la seconda entro il 28 febbraio 2014, l’ultima, con Amsterdam, il 30 giugno prossimo. Risparmiare perché "in clima di spending review non è prevedibile spendere di più" rispetto al miliardo e mezzo scarso destinato alla diplomazia. Secondo la Dassù, la Farnesina deve fronteggiare del resto "una carenza di risorse umane molto evidente, ormai la metà di quello della Francia, della Germania e del Regno Unito le cui reti estere sono paragonabili alle nostre". Questo, assicura il viceministro, non vuol dire che, "pur essendo obbligati dalle necessità operative della spending review, vi saranno solo tagli lineari, ma anche un tentativo di riqualificare la spesa. Stiamo cercando di cogliere l’occasione per una seria riorganizzazione funzionale".

Razionalizzare, è il secondo punto: "Il nostro paese vive sull’estero, esiste un’Italia fuori dall’Italia, perché l’Italia dipende fortemente dall’import di energie e materie prime e possiamo rilanciarci solo guardando ai nuovi mercato e attraendo investimenti esteri". Per questo "è strategico orientare una rete ora concentrata sull’Europa verso aree del mondo vitali per gli interessi economici italiani". Bisogna investire nei Paesi "che appaiono in forte crescita" piuttosto "nei luoghi dell’emigrazione storica, dover la crescente integrazione non giustifica più una presenza così capillare": ecco allora il perché di Ashgabat, Chongqinq e Ho Chi Min. Terzo imperativo: liberare risorse. "Stimiamo che dalla riorganizzazione potremmo ricavare risparmi di bilancio di 8 milioni di euro l’anno, da reinvestire almeno in parte nel rafforzamento delle sedi già esistenti". E a chi contesta, come i deputati Pd eletti all’estero, che si tratta di una cifra "irrisoria", Dassù replica che "8 milioni su un totale di appena 166 rimodulabili è comunque una cifra non bassa".

Ultimo punto, offrire servizi sostitutivi: "Non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare le collettività italiane. Ribadisco il forte impegno della Farnesina ad approntare servizi necessari. Disagi iniziali potranno esserci, ma siamo certi che seguirà un assestamento virtuoso senza che le collettività vengano danneggiate nelle loro capacità di ricevere assistenza". Il viceministro assicura che "ci sarà in ogni caso un rafforzamento del personale delle sedi che riceveranno le nuove competenze e un aumento del ricorso a tecnologie informatiche con il portale SeCoLi (il cosiddetto ‘consolato digitale’, ndr)". E anche per quanto riguarda il personale attualmente assunto "verrà garantita la possibilità di reimpiego del personale a contratto, ci sarà una rimodulazione del personale, sia di ruolo che degli impiegato a contratto". Dal 30 novembre si parte con le chiusure delle prime sedi (Tolosa, Mons, Spalato, Scutari, Alessandria, Sion, Neuchatel, Wettingen). A marzo toccherà a Newark, Timisoara, Adelaide e Brisbane; tra nove mesi si chiude con Amsterdam: per ognuna di queste sedi è previsto un trasferimento di competenze al consolato o all’ambasciata più vicina, oltre a una misura sostitutiva che, a seconda dei casi, varierà tra il mantenimento di uno sportello consolare, l’apertura di un ufficio consolare onorario e l’invio di un funzionario itinerante in determinati giorni del mese.