È morto a 83 anni Alfredo Mantica, una delle figure che negli anni Duemila si occuparono maggiormente di emigrazione italiana e di promozione del Sistema Paese.
Senatore per diverse legislature, prima con il Movimento Sociale Italiano, poi con Alleanza Nazionale e infine con il Popolo della Libertà, Mantica ricoprì anche l’incarico di sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli italiani nel mondo nei governi Berlusconi.
Il suo approccio all’emigrazione italiana si distingueva per l’attenzione alla nuova mobilità internazionale e alla necessità di considerare gli italiani all’estero non soltanto come una comunità da assistere, ma come una risorsa da mettere in rete.
Alfredo Mantica e la nuova emigrazione italiana
Uno dei temi sui quali Mantica insistette maggiormente fu la distinzione tra la vecchia e la nuova emigrazione.
Da una parte quella che definiva l’emigrazione “classica”, legata alla povertà, alla necessità e alla ricerca di migliori condizioni di vita.
Dall’altra quella che chiamava l’emigrazione “in business class”: giovani e professionisti che lasciano l’Italia non necessariamente per bisogno, ma per costruire una carriera internazionale, spesso all’interno di grandi multinazionali o in settori altamente qualificati.
Per Mantica non si trattava semplicemente di una “fuga di cervelli”.
Quella mobilità internazionale poteva diventare, nella sua visione, “una grande opportunità” per l’Italia, a condizione di riuscire a mantenere i rapporti con chi vive e lavora all’estero e di valorizzarne competenze, esperienze e relazioni.
Il viaggio in Argentina e Brasile
Tra i primi impegni di Mantica come responsabile della delega agli italiani nel mondo ci fu un viaggio in Argentina e Brasile, scelti come prime destinazioni proprio perché ospitavano comunità italiane numerose e lontane dall’Italia.
L’obiettivo era anche quello di comprendere le esigenze delle comunità e migliorare la qualità dei servizi offerti dalla rete consolare.
In quegli anni Mantica dedicò particolare attenzione alla necessità di riorganizzare gli strumenti con cui l’Italia si rapportava ai connazionali residenti all’estero.
Il “Sistema Paese” e il made in Italy
La sua visione non si fermava però all’emigrazione.
Mantica riteneva necessario costruire un vero Sistema Paese, capace di coordinare istituzioni, imprese e organizzazioni impegnate nella promozione dell’Italia all’estero.
Da questa impostazione nacque anche l’idea di una nuova Direzione Generale per il Sistema Paese, con l’obiettivo di coordinare meglio strumenti come Ice, Simest ed Enit e ridurre la frammentazione percepita dagli investitori stranieri.
Tra le proposte c’era anche quella di creare un “Palazzo Italia” all’estero, uno spazio capace di riunire diverse realtà istituzionali e offrire un punto di riferimento unico a chi fosse interessato a investire, collaborare o fare affari con l’Italia.
“Fare rete” tra gli italiani di successo nel mondo
Nel 2010, durante la conferenza “Protagonisti italiani nel mondo” a Villa Manin, a Codroipo, Mantica tornò sul valore delle comunità italiane all’estero.
La sua idea era quella di creare una rete tra gli italiani che avevano raggiunto posizioni di rilievo nei diversi Paesi, trasformando questa presenza internazionale in una leva per il Sistema Italia.
A Villa Manin erano riuniti 80 imprenditori italiani provenienti da 28 Paesi.
Per Mantica rappresentavano soltanto una parte di una presenza italiana all’estero «molto variegata, complessa», che avrebbe dovuto essere maggiormente valorizzata.
La battaglia sull’immagine dell’Italia
Un altro tema ricorrente nella sua attività fu quello della percezione del Made in Italy.
Mantica sottolineava come, in alcuni Paesi, persino prodotti e marchi simbolo dell’eccellenza italiana potessero essere erroneamente associati ad altri Paesi.
Il caso della Ferrari, che secondo quanto raccontava alcuni studenti cinesi di ingegneria consideravano tedesca, era per lui emblematico di un problema più ampio.
Da qui la necessità di costruire un’immagine dell’Italia «più vera, magari meno brillante ma più reale» e di contrastare quello che definiva un “deficit culturale” nella rappresentazione del nostro Paese.
Il voto all’estero e la riforma dei Comites
Gli anni di Mantica alla Farnesina furono anche caratterizzati da discussioni molto accese sulla rappresentanza degli italiani all’estero.
Tra i dossier affrontati ci furono il voto degli italiani residenti fuori dall’Italia e la riforma dei Comites.
Mantica arrivò a proporre un decreto legge per modificare le modalità di voto degli italiani all’estero, alla luce delle criticità emerse nelle precedenti consultazioni.
Anche sul rinvio delle elezioni dei Comites si sviluppò un confronto con il Cgie, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.
Dalla Farnesina alle missioni internazionali
L’attività di Mantica alla Farnesina non riguardò soltanto gli italiani nel mondo.
Si occupò anche di politica estera e della presenza italiana nelle missioni internazionali di pace.
Tra i dossier più importanti quello dell’Unifil in Libano, rispetto al quale difese il ruolo delle forze armate italiane e il lavoro svolto dal contingente.
Mantica considerava le forze armate una delle eccellenze italiane nel peacekeeping e uno strumento di credibilità e capacità di mediazione internazionale.
La sua scomparsa chiude così una stagione politica nella quale il tema degli italiani all’estero iniziava a essere letto anche attraverso le trasformazioni della mobilità internazionale: non più soltanto emigrazione per necessità, ma una presenza globale fatta di professionisti, imprenditori, giovani, comunità e nuove opportunità per l’Italia.






























