I dati arrivano dal Rapporto 2019 AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati e parlano molto chiaro. Non mentono i numeri, che dicono che a cinque anni dalla laurea lavora all’estero il 5,7% dei laureati di secondo livello di cittadinanza italiana, una quota in tendenziale crescita, in parte anche a causa delle difficolta’ incontrate sul mercato del lavoro negli anni di maggiore crisi economica.
Tra questi, il 40,8% ha dichiarato di essersi trasferito all’estero per mancanza di opportunita’ di lavoro adeguate in Italia, cui si aggiunge un ulteriore 25,4% che dichiara di aver lasciato l’Italia avendo ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda che ha sede all’estero.
Il 10,3% ha dichiarato di aver svolto un’esperienza di studio all’estero (Erasmus, preparazione della tesi, formazione post-laurea, ecc.) e di essere rimasto o tornato per motivi di lavoro. Infine, il 9,8% si e’ trasferito per motivi personali o familiari, mentre il 3,4% lo ha fatto su richiesta dell’azienda presso cui stava lavorando in Italia.
Ivano Dionigi, presidente del Consorzio Almalaurea, dichiara: “Per i giovani la laurea non e’ un passaporto ma un foglio di daspo. Perdiamo il vero capitale del Paese, un suicidio perfetto”.






















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