La mancata formazione universitaria per i giovani italiani si è tradotta anche in minore occupazione nelle professioni più qualificate
L’Italia non ha agganciato e non aggancera’ l’Ue nei prossimi anni per numero di laureati trentenni. Nel 2011 solo il 20% dei 30-34 anni aveva una laurea, contro il 45,8% Regno Unito, in testa alla speciale classifica, il 40% della Spagna, il 23% della Repubblica Ceca e il 34,6 della media europea. Una quota, peraltro, molto distante dagli obiettivi europei fissati per 2020 (40%). Il governo, infatti, ha rivisto al ribasso il dato prevedendo un tetto massimo del 26-27%.
Andrea Cammelli dell’universita’ di Bologna e direttore del consorzio interuniversitario Almalaurea, al Meeting di Rimini ha evidenziato le ricadute negative che cio’ provoca: "Quando l’obsolescenza delle tecnologie e’ scesa da 40 a 5 anni, avere persone non specializzate e non capaci di apprendere significa creare dei potenziali disadattati".
La mancata formazione universitaria per i giovani italiani si è tradotta anche in minore occupazione nelle professioni piu’ qualificate, aumentata in tutti i paesi membri e diminuita solo in Italia. Non e’ un caso che i manager italiani siano poco scolarizzati rispetto ai colleghi esteri: il 37% ha frequentato solo la scuola dell’obbligo, contro il 7% dei tedeschi e il 16% della media Ue. Eppure, il titolo universitario aumenta le possibilita’ di trovare lavoro e di avere uno retribuzione superiore.
"Secondo l’Ocse – ha detto il professor Cammelli – un laureato guadagna, nell’arco della vita, circa il 48% in piu’ di un diplomato, mentre il tasso di occupazione tra i laureati fino ai 64 anni e’ del 77% contro il 64% di chi ha un titolo di studio inferiore. Dobbiamo investire di piu’ nella formazione culturale dei giovani – ha concluso Cammelli – seguendo l’esempio del contadino che in tempi di carestia taglia su tutto ma non sulla semina".
































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