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Italiani all’estero, Marcinelle: i giovani non dimentichino

di ItaliaChiamaItalia
lunedì 06 Agosto 2012
in Italiani all'estero

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A causa di un errore umano, l’8 agosto del 1956, il Belgio venne scosso da una tragedia senza precedenti. Un incendio, scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile di Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità. 136 minatori erano italiani. Rimasero senza via di scampo, soffocati dall’ossido di carbonio e braccati dalle fiamme. Le operazioni di salvataggio furono disperate fino al 23 agosto, quando uno dei soccorritori diede l’annuncio, in italiano: "Tutti cadaveri".

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L’accordo “uomo-carbone” del 1946, tra Italia e Belgio

In Italia, in quegli anni, le risorse di carbone erano agli sgoccioli, le potenze vincitrici lo lesinavano agli sconfitti e la nostra produzione era pressoché nulla. Il misero recupero nel porto di Messina di un carico affondato durante la guerra era già tanto. In Italia vi era molta manodopera e pochissime risorse, in Belgio la situazione era l’opposto. Nel ‘46 infatti i belgi, ricchi di carbone, non volevano fare il lavoro del minatore perché erano coscienti dei pericoli del lavoro in miniera, tra cui malattie come la silicosi. Il governo belga quindi decise di importare manodopera dall’estero, e molti furono gli italiani a partire in cerca di fortuna: “imparate le lingue e andate all’estero” diceva De Gasperi quando gli veniva prospettato il problema della disoccupazione.  Erano anni difficili per l’Italia, uscita distrutta dalla guerra. L’emigrazione era un modo per “esportare” i poveri.

Il Primo Ministro belga Van Hacker, alla fine del conflitto lanciò la “battaglia del carbone”, riuscì quindi a promuovere una convenzione con De Gasperi (con il benestare di Togliatti e Nenni), e il 23 giugno del 1946 venne firmato l’accordo che prevedeva l’acquisto di carbone a fronte dell’impegno italiano di mandare 50.000 uomini da utilizzare nel lavoro di miniera. Non meno di duemila uomini a settimana, centomila alla fine dell’anno. Nell’accordo erano previsti un corso di formazione e la garanzia di un alloggio.

E così tra il ‘46 e il ‘57 arrivarono in Belgio 140mila uomini, 17mila donne e 29mila bambini. “I musi neri”, com’erano chiamati i lavoratori a causa della polvere di carbone che ricopriva i loro corpi, venivano avviati a un lavoro pericolosissimo, privi di ogni preparazione e alloggiati in strutture fatiscenti. Trattati come bestie, erano costretti a lavorare in cunicoli alti appena 50 centimetri. Firmato l’accordo “uomo-carbone”, nei comuni italiani iniziarono a comparire dei manifesti che informavano della possibilità di questo lavoro e in cui c’era scritto che un franco belga equivaleva a 12 lire italiane. Ma per quanto riguarda le mansioni effettive, diceva molto poco.

Secondo l’accordo tutti i minatori in partenza dovevano confluire a Milano dove i medici avrebbero fatto dei controlli di tipo militare. Molti provenivano dalla Calabria alla ricerca di una vita migliore. Il viaggio in treno verso il Belgio durava tre giorni e tre notti. Non c’erano vagoni degni di tale nome, né servizi igienici, molti si sentivano come se stessero viaggiando in un carro bestiame.

Uno dei testimoni racconta che, arrivati a Charleroi, vennero portati in una caserma con dei camion, dove rimasero in piedi per molte ore, senza nemmeno teli di protezione dal freddo, ed era pieno inverno. Poi furono fatti entrare in uno stanzone di una caserma di gendarmeria: erano in 600 e vennero disinfettati, uno per uno.

Lo shock della miniera. Gli alloggi erano delle baracche che pochi anni prima erano stati dei lager tedeschi per i prigionieri sovietici, e poi, quando le sorti della guerra si capovolsero, per gli stessi prigionieri tedeschi. Ora erano dei “volontari” italiani a occuparli. Oltre alle baracche vennero utilizzate anche delle cantine: queste costavano circa 500 franchi alla settimana.

Dopo lo shock degli alloggi venne lo shock della miniera. Molti non immaginavano neppure cosa li aspettasse: passarono dalla luce bianca dei riflessi della neve, al nero più intenso delle viscere della terra. Alcuni piansero, ma molti si vergognarono di tornare a casa. La giornata degli operai era divisa in tre fasi: la mattina era dedicata allo scavo del carbone, il dopopranzo all’armamento delle gallerie, e la notte al trasporto del materiale.
 
Non era facile la vita lassù, anche perché i problemi continuavano anche dopo il lavoro. Gli operai italiani, infatti, non venivano visti bene dalla popolazione belga e venivano chiamati “fascisti”, “sporchi maccaroni”. Tra i lavoratori vi erano molte differenze anche nelle abitudini: i belgi non portavano mutande, per scarpe avevano degli zoccoli, indossavano sempre il berretto, e non si divertivano dopo il lavoro. Inoltre, proprio perché le donne belghe (giovani o vecchie che fossero) dimostravano di apprezzare molto il modo di fare degli italiani, il loro fascino, la malevolenza da parte dei belgi cresceva ancora di più.

Molti, dopo alcuni mesi, vollero tornare nella loro terra dove erano sì poveri, ma dove almeno potevano respirare aria buona. A legarli però c’era il contratto: questo infatti prevedeva cinque anni di miniera, con l’obbligo di farne almeno uno: chiunque avesse chiuso il contratto sarebbe stato arrestato. Poiché nel carcere, il Petit-Chateau (oggi diventato, per ironia della sorte, un centro di accoglienza per i profughi), si moriva di fame, erano in molti ad arrendersi e a tornare a lavorare.

Il 30 aprile del 1948 finalmente vennero annullate le differenze tra gli operai italiani e quelli belgi. Il protocollo italo-belga, firmato a Bruxelles, estendeva ai nostri lavoratori nel Belgio il regime di assicurazione sociale previsto per i belgi stessi. Iniziarono ad arrivare nuovi minatori, ma questa volta il numero era più esiguo e con la famiglia al seguito. Inizialmente la legge prevedeva che i figli dei minatori facessero i minatori. Si iniziava anche a 14 anni: facevano i macchinisti e altre cose “da ragazzi”, a più di mille metri sotto terra, tra cavi di 6.000 volt.

Il cantautore Salvatore Adamo, il calciatore Vincenzo Scifo e il politico Elio di Rupo, rappresentano il riscatto italiano di quegli anni proprio perché riuscirono a non seguire le orme dei padri, ma fare un altro mestiere.

Poiché nel dicembre del 1953 i minatori italiani uccisi dal grisou (una pericolosa miscela esplosiva inodore che spesso si forma naturalmente nelle miniere di carbone) e da altri incidenti erano più di 200, il governo italiano spinse quello belga ad aprire un’inchiesta sul lavoro nelle miniere. Ma le miniere erano già sul punto di chiudere per la crisi e le leggi del profitto volevano che si continuasse a lavorare nella stessa maniera. Quindi, dall’8 marzo del ’56, l’Italia iniziò a bloccare i convogli, e il Belgio a sostituire i minatori italiani con quelli spagnoli e greci.

L’eredità della miniera per molti si chiamava anche silicosi. È la malattia dei minatori, dei tagliatori di pietre, che inalando grandi quantità di polveri subiscono il deposito di particelle di silicio nei polmoni. Questa malattia uccideva 3.000 operai all’anno, ma il Belgio riconobbe la malattia come malattia nazionale solo nel ‘64. L’Italia lo aveva già fatto nel due anni prima.
 
La tragedia. È l’8 agosto del 1956. Il luogo è il pozzo n. 1 di Marcinelle, in funzione dal 1930. Un pozzo con una via di entrata e una di uscita. Ci si calava dentro e si risaliva per mezzo di due ascensori azionati da ruote gigantesche. Nella zona mineraria di Bois du Cazier le strutture interne erano in legno: materiale inadatto perché infiammabile. Alle volte i minatori, per il caldo, lavoravano in mutande anche se enormi pale girevoli garantivano un minimo di ricircolo dell’aria.

Lo scoppio avvenne alle 08:30. L’origine dell’incendio è imputabile a un malinteso tra gli addetti a sospingere i carrelli e i manovratori in superficie. L’addetto ai carrelli infatti comunicò un comando errato: forse si espresse male perché conosceva pochissimo il francese. L’ascensore venne fatto risalire velocemente e nel viaggio urtò una trave metallica che a sua volta danneggiò una tubatura carica di olio, e i cavi elettrici di una ventola. Le scintille causate dall’attrito infiammarono la miscela, e l’incendio, spinto dalla corrente di ricircolo dell’aria, si propagò nelle gallerie bruciando tutte le strutture in legno.

I soccorsi. All’alba della mattina dopo le fiamme vennero domate completamente. Al loro posto un’enorme nuvola di vapore. Poiché accanto al pozzo ve ne era un altro in costruzione più sicuro perché di cemento, le squadre di soccorso passarono da lì. Questo finiva con una porta: dopo averla aperta trovarono i primi morti. I soccorritori iniziarono a percorrere le gallerie: non c’era gas ma l’odore era terribile. Avevano a disposizione dei respiratori con un’autonomia di tre ore. A portare conforto alle donne che aspettavano notizie dei loro cari dietro ai cancelli, arrivò anche il Cardinale italiano, Patriarca di Venezia, Giovanni Battista Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII.

A 835 metri furono trovati molti morti, gonfiati per il gas e per l’acqua, nonché molti animali. Si riteneva che l’unica possibilità di trovare ancora dei vivi fosse nel rifugio situato a 1.035 metri. Le squadre di salvataggio italiane furono eroiche, lavorarono 24 ore su 24 per trovare dei superstiti. Le donne cercavano di riconoscere i corpi, ma era molto difficile: erano completamente anneriti e gonfi, talvolta senza arti.

Cinque giorni dopo la tragedia le radio dicevano che c’era ancora speranza. Quando scesero a quota 1.035 trovarono un messaggio scritto su un pezzo di legno: ”siamo una cinquantina, ci dirigiamo verso la 26 PO”. Sì, c’era ancora speranza. Ma quando aprirono le porte del rifugio trovarono solo cadaveri. Un uomo, per salvarsi, aveva grattato disperatamente con le unghie per terra.

“Sono tutti morti. Queste tre parole campeggiano sulla prima pagina dei giornali di Charleroi usciti di buona mattina in edizione straordinaria, listati a lutto. Sono tutti morti. Le tre parole che la gente ripete costernata per le strade suonavano come tre funebri rintocchi sull’ultimo atto della tragedia di Marcinelle, all’alba del diciassettesimo giorno del suo inizio”. Queste le parole di Massimo Caputo scritte nell’articolo: L’ultima giornata d’attesa fu la più straziante, pubblicato sul Corriere della Sera il 24 agosto del 1956.

Il 22 marzo del 1957 vennero portati in superficie gli ultimi corpi. Era una geografia del disastro italiano: Abruzzo 60, Puglia 22, Marche 12, Friuli 27, Molise 7, Sicilia 5…. 40 le bare che ritornarono in Italia, 22 solo a Manoppello, un piccolo paese abruzzese in provincia di Chieti, il più sfortunato dei paesi protagonisti dell’emigrazione italiana.

Nel 2001 è stata istituita ogni 8 agosto la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. Ma nessuno pagò per questa tragedia. Il 1 ottobre del 1959 il tribunale di Charleroi emise un verdetto di assoluzione per gli amministratori e i direttori della miniera: «nessuno è responsabile della tragedia». L’anno seguente, dopo la reazione dell’opinione pubblica e della stampa italiana, nel processo d’appello venne condannato a sei mesi di reclusione un ingegnere. E così, trovato un capro espiatorio, venne chiusa l’intera vicenda.

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