Italiani all’estero, Little Italy: è l’addio a New York? – di Roberto Zanni

Emelise Aleandri, scrittrice, autrice di teatro, profonda esperta della storia italiana a New York, è stata terribilmente semplice nella sua analisi: "Little Italy rimane un punto di riferimento culturale per tutti gli americani, in tutti gli Stati Uniti. Sarebbe una perdita enorme se dovesse sparire. In questo momento c’è appena la gente necessaria per mantenere le tradizioni. Ma diventerebbe così difficile non perderle se commercianti e imprese dovessero lasciare la zona".

Uno dei tanti gridi d’allarme, non il primo, che da tempo si sentono. È già successo, negli ultimi anni, ascoltare che Little Italy rischia di scomparire, ma forse questo allarme non è mai stato recepito nella giusta maniera. Perchè ora sì davvero il rischio ha assunto livelli forse impensabili.

A New York, l’arrivo massiccio degli italiani risale alla fine dell’800 e già all’inizio del secolo successivo ce n’erano 10.000 di connazionali nel quartiere, diventato in fretta Little Italy, che una volta si espandeva tra Lafayette Street a Bowery, da Kenmare a Canal streets. Poi dopo la Seconda Guerra Mondiale è cominciata un altro tipo di emigrazione, dalla vecchia stretta Little Italy ad altri quartieri e in concomitanza con l’arrivo in massa di cinesi è stato anche confuso il confine con Chinatown.

Oggi il cuore di Little Italy sono i tre ‘blocchi’ di Mulberry Street, tra Canal Street e Broome Street, quando invece una volta erano oltre cinquanta. Se ne va la gente, sono costretti ad andarsene gli esercizi commerciali, strangolati dall’aumento vertiginoso dei canoni d’affitto. Ecco perchè Little Italy è sull’orlo dell’estinzione.

"Little Italy non si può ricostruire – dice con rabbia e anche rassegnazione Robert Ianniello Jr. proprietario del celebre ‘Umberto Clam House’ – se noi andiamo via, non sarà mai più come prima. Non si può aprire un ‘Olive Garden’ (catena americana, ndr) e dire che è Little Italy".

Ianniello è uno dei tanti, purtroppo, esempi di come ristoratori, esercenti che portano avanti la tradizione italiana, sono strangolati dall’aumento, senza fine, degli affitti: i nuovi proprietari che hanno acquistato l’immobile dove Ianniello ha il suo locale, lo hanno fatto per 17,5 milioni di dollari e adesso l’affitto ha raggiunto i 34.000 dollari al mese, il doppio di quello che si doveva pagare poco tempo fa.

"Il problema – spiega ancora Ianniello, che è anche al vertice della Little Italy Merchants Association – sono i proprietari, quelli che affittano, pensano che qui sia Fifth Avenue".

Il problema è serio: solo nell’ultimo anno, otto ristoranti a causa dei canoni troppo elevati hanno dovuto chiudere. Da Giovanna’s sono stati costretti ad abbassare per sempre la saracinesca dopo sei anni, il proprietario aveva raddoppiato l’affitto e adesso un annuncio dice che per gli stessi locali vengono richiesti 32.000 dollari al mese. Anche S.P.Q.R. ha dovuto fare lo stesso dopo che il padrone dell’immobile aveva portato a 50.000 dollari mensili il canone, una richiesta insostenibile. Adesso lì ci vendono articoli natalizi.

In Mulberry Street, che ancora resiste come cuore di Little Italy, un edificio di appartamenti, al piano terra i locali sono stati riconvertiti per la vendita al dettaglio, mentre in Grand Street c’è adesso un hotel vicino a Florio’s, altro ristorante che non ce l’ha fatta a resistere a questa ondata, pazzesca, di aumenti.

Ma non solo quella che può essere definita anche una riconversione degli edifici ha portato, e sta portando, alla eliminazione dei caratteristici ristoranti italiani, negli ultimi anni sono sorti anche parecchi conflitti culturali. Nel 2011 una boutique, Nolita, aveva chiesto di spostare di tre isolati la celeberrima ‘Festa di San Gennaro’, al fine di tenere lontane

le ‘mani unte’ dei visitatori dai loro vestiti da 300 dollari. Proteste non isolate che poi hanno coinvolto anche altri proprietari di negozi che però hanno innescato la reazione furiosa degli italo-americani, e non solo quelli rimasti.

"Tutti hanno scritto al sindaco – ha raccontato al New York Post John Fratta, il cui nonno è stato uno dei fondatori, nel 1926, della festa religiosa – È qualcosa di molto sacro. Vedrete il veleno che salterà fuori se cercheranno di cambiare o fermare questa tradizione". Una battaglia che continua, bisognerà vedere fino a quando gli italiani di New York riusciranno a mantenere la Festa di San Gennaro, ma nel frattempo cosa succederà agli altri? L’aumento degli affitti non si ferma con una telefonata al sindaco…