Il potente esercito turco, tenutosi fuori dal terremoto politico scatenato dalla ‘tangentopoli’ che ha investito il governo Erdogan, torna a battere i pugni sul tavolo per difendere i propri ufficiali finiti in carcere per cospirazione. Cosi’ la Turchia rivive l’antica sfida tra i custodi della laicita’ dello Stato e il premier in carica, che ha via via ridotto la loro influenza sull’altare della reislamizzazione del Paese. Lo scorso 27 dicembre lo Stato maggiore ha presentato una denuncia penale alla procura di Ankara contro la condanna per cospirazione di centinaia di ufficiali, sostenendo che le prove sono state "manipolate" e "fabbricate" e sono state "ignorate le argomentazioni della difesa".
L’obiettivo delle alte cariche militari e’ di ottenere dei nuovi processi. In agosto una corte speciale aveva emesso 275 provvedimenti di condanna nei confronti di militari, politici e giornalisti con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo Erdogan. Una quindicina gli ergastoli emessi, tra i nomi eccellenti quello dell’ex generale Basbug, 70 anni, fino al 2010 capo di Stato maggiore turco, al quale era stato attribuito un ruolo di primo piano nell’organizzazione ultranazionalista. Un anno prima altri 300 militari, compresi alcuni generali, erano stati condannati a pene dai 13 ai 20 anni di carcere per lo stesso reato, nel 2003, quando al potere c’era sempre Erdogan. L’opposizione turca ha sempre accusato l’esecutivo islamico di condurre una ‘caccia alle streghe’ per indebolire il contropotere dei vertici militari, tradizionalmente fedeli ai dettami laici di Mustafa Kemal Ataturk, fondatore nel 1923 della repubblica sulle rovine dell’Impero ottomano.
Adesso, anche l’esercito ha rialzato la testa nei confronti del primo ministro, da settimane sotto il fuoco di uno scandalo di corruzione che ha portato alle dimissioni di tre ministri e un pesante rimpasto di governo. Un terremoto che la stampa filogovernativa ha letto come un pretesto per aprire la strada proprio ad un intervento militare, a cui pero’ l’esercito ha risposto assicurando di non voler essere coinvolto. Intanto, alla vigilia delle elezioni amministrative di fine marzo, Erdogan ha lanciato un’offensiva per riprendere il controllo delle istituzioni giudiziarie, a suo dire controllate dalla confraternita islamica del predicatore Fetullah Gulen, suo avversario politico, scatenando le proteste del Consiglio superiore dei giudici e del Consiglio di Stato, che lo hanno accusato di pressioni e minacce alla categoria e di non rispettare la separazione dei poteri. L’uomo forte della Turchia da quasi undici anni sta andando comunque per la sua strada, in cui politica e religione sono le due facce della stessa medaglia. Adesso, pero’, dovra’ fare nuovamente i conti con un altrettanto potente avversario: l’esercito.
































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