C’è un’Italia che forma donne laureate e non riesce a offrire loro sufficienti opportunità per costruire il proprio futuro professionale. È il quadro che emerge dal rapporto “L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), che mette in evidenza il legame tra disuguaglianze di genere, divari territoriali e mobilità delle competenze.
Il dato che colpisce è quello relativo all’emigrazione interna: tra il 2002 e il 2024, 195mila donne laureate si sono trasferite dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Un movimento che segnala quanto le opportunità di studio e di lavoro siano ancora distribuite in maniera disomogenea sul territorio nazionale.
Non si tratta soltanto di una questione demografica. La partenza di tante donne con un titolo universitario pone interrogativi sulla capacità del Sud di trattenere competenze, valorizzare il capitale umano e garantire prospettive professionali adeguate.
Occupazione femminile, Italia in fondo alla classifica europea
Secondo i dati riportati nel rapporto, nel 2025 l’Italia si colloca all’ultimo posto nell’Unione europea per tasso di occupazione femminile nella fascia tra i 20 e i 64 anni.
Oltre il 42% delle donne risulta inattivo, con percentuali che nel Mezzogiorno superano il 56%. Numeri che descrivono una difficoltà strutturale di accesso al mercato del lavoro, particolarmente marcata nelle regioni meridionali.
Tra i fattori che contribuiscono a questa situazione c’è la distribuzione diseguale del lavoro domestico e di cura non retribuito. Le responsabilità familiari continuano a ricadere in misura sproporzionata sulle donne, limitandone il tempo disponibile per lavorare, cercare un impiego o sviluppare un percorso professionale.
Il problema non riguarda soltanto la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, ma anche le condizioni in cui si lavora e le prospettive di crescita nel corso della vita.
Part-time involontario e divario pensionistico
Un altro elemento evidenziato dal rapporto è il part-time involontario, indicato a un livello tre volte superiore a quello maschile.
Per molte donne, quindi, lavorare meno ore non rappresenta necessariamente una scelta personale, ma una condizione imposta dalla disponibilità delle opportunità occupazionali o dalla difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari.
Le conseguenze possono accompagnare le lavoratrici per anni: minori retribuzioni, carriere più discontinue e contributi previdenziali inferiori. Il divario salariale rischia così di trasformarsi, nel tempo, anche in un divario pensionistico, con effetti sulla sicurezza economica delle donne nella fase successiva alla vita lavorativa.
Il Mezzogiorno perde competenze
Il trasferimento di 195mila donne laureate dal Sud al Centro-Nord rappresenta uno degli aspetti più significativi del quadro delineato dall’ASviS. Quando una persona qualificata si sposta per trovare un impiego o migliori prospettive professionali, la scelta può rispondere a un progetto individuale legittimo. Ma, se il fenomeno assume dimensioni consistenti, diventa anche una questione di sviluppo territoriale.
Le regioni meridionali rischiano di perdere una parte delle competenze formate nelle università locali, mentre le aree di destinazione possono beneficiare di questo capitale umano. Il problema non è la mobilità in sé, bensì la mancanza di condizioni sufficienti affinché restare al Sud sia un’opzione concreta anche per chi possiede una laurea e ambisce a una carriera qualificata.
Ridurre il divario richiede opportunità occupazionali adeguate, servizi per l’infanzia e per le persone non autosufficienti, una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura e condizioni che consentano alle donne di partecipare pienamente alla vita economica.
La sfida dello sviluppo sostenibile
Il rapporto ASviS riporta al centro una questione che riguarda l’intero Paese: senza una maggiore partecipazione delle donne al lavoro e senza un riequilibrio delle opportunità tra Nord e Sud, l’Italia rischia di lasciare inutilizzato una parte importante del proprio potenziale.
I 195mila trasferimenti registrati nel periodo 2002-2024 raccontano una mobilità che merita di essere letta non soltanto attraverso le scelte individuali, ma anche alla luce delle condizioni economiche e sociali dei territori.
La sfida è creare un mercato del lavoro nel quale il genere e il luogo di residenza non costituiscano ostacoli strutturali alle possibilità di crescita. Perché la formazione universitaria possa tradursi in sviluppo, le competenze devono trovare occasioni concrete per essere valorizzate, anche nel Mezzogiorno.





























