In Italia il dibattito politico è ormai proiettato verso le elezioni del 2027. Partiti, leader e coalizioni sono impegnati a definire strategie, alleanze e candidature. Ma oltre confine c’è un’altra scadenza elettorale che riguarda direttamente centinaia di migliaia di nostri connazionali: il rinnovo dei Comitati degli Italiani all’Estero, i Comites, chiamati al voto entro il 4 dicembre 2026.
Nelle comunità italiane del mondo il clima è tutt’altro che tranquillo. Le liste si sono organizzate, le candidature sono state presentate e le diverse componenti associative e politiche sono entrate in competizione.
In alcune circoscrizioni, tuttavia, la fase di ammissione delle liste ha aperto controversie che meritano attenzione.
Da giornalista che da anni segue la politica italiana e le vicende degli italiani all’estero, ritengo utile portare all’attenzione dei lettori alcuni casi specifici: Córdoba, Mar del Plata e Rosario, in Argentina, e le Canarie, in Spagna.
Sono situazioni differenti, che non vanno confuse tra loro, ma che sollevano interrogativi sulla gestione delle procedure elettorali, sull’applicazione delle regole e sulle garanzie offerte a chi intende partecipare alla competizione.
È bene precisarlo: alcune delle contestazioni sono state sollevate direttamente dai soggetti coinvolti e attendono verifiche o decisioni definitive.
Proprio per questo è importante ricostruirle, senza trasformare le accuse in sentenze, ma senza neppure ignorare questioni che riguardano la rappresentanza dei cittadini italiani residenti all’estero.
Córdoba, il caso della lista esclusa
Il primo caso arriva da Córdoba, in Argentina, dove la lista Córdoba Democrática (PD) è stata esclusa dalla competizione elettorale con una decisione del Comitato Elettorale Circoscrizionale adottata il 9 ottobre.
La decisione di esclusione qui si sarebbe ben fondata su un errore materiale relativo alle dimensioni del contrassegno elettorale.
Il simbolo depositato avrebbe avuto errori gravi: il più squalificante è stato il punto che riguarda la NON PRESENTAZIONE DELLA DESCRIZIONE DEL SIMBOLO, cosa che impedirebbe al Consolato addirittura di stampare il logo sulla scheda elettorale. La presentazione della descrizione del simbolo è una condizione necessaria per accettare una lista.
C’è poi il pressapochismo dimostrato da questa stessa lista, che ha presentato un simbolo che misurerebbe 3,1 per 2,6 centimetri, mentre nel verbale sarebbero stati indicati quattro centimetri. Non solo: il simbolo sarebbe stato un semplice logo bianco e nero quadrato.
Ma l’errore più grosso è stato presentare l’atto principale senza sottoscrizioni e i fogli senza timbro di continuità. A quel punto le ragioni di questa esclusione sarebbero più che accettabili.
Mar del Plata, il nodo delle 182 firme: quali regole vengono applicate?
Il secondo caso riguarda Mar del Plata, altra importante realtà della collettività italiana in Argentina, dove è stata ammessa la lista Avanti Italia, alleata del Partito Democratico locale.
Qui la questione è diversa da quella di Córdoba. Secondo le contestazioni circolate nell’ambito della competizione elettorale, la lista sarebbe stata ammessa pur avendo raccolto 182 firme, cioè 18 in meno rispetto alle 200 indicate dalla legge.
La decisione viene contestata da chi ritiene che il requisito numerico debba essere applicato in maniera rigorosa e uniforme a tutte le formazioni. Nelle critiche rivolte al Comitato Elettorale Circoscrizionale si sottolinea inoltre che la maggioranza del CEC sarebbe riconducibile all’area del Partito Democratico interessato a far presentare questa lista alleata.
Se una soglia prevista dalla normativa può essere derogata, in quali circostanze ciò è consentito? Quali motivazioni possono giustificare una decisione del genere? E soprattutto, quali garanzie assicurano che lo stesso criterio venga applicato a tutte le liste?
La questione è seria. Prima di tutto perché crea un precedente, illegale e antidemocratico. E poi perché un ricorso al TAR sicuramente farebbe dichiarare l’elezione nulla anche dopo il suo svolgimento.
Mar del Plata pone quindi una questione che va oltre la singola lista: la certezza delle regole è una condizione essenziale per la credibilità delle elezioni, soprattutto quando le comunità sono attraversate da rivalità politiche e associative.
Rosario, una lista presentate male: USEI fuori
A Rosario la lista USEI ha presentato alcuni fogli con errori nel nome di un candidato e in bianco i dati dello stesso. Quindi il CEC ha proceduto a eliminare gli atti con questi errori e come risultato le firme sotto raccolte. Conseguenza: l’USEI non è arrivata alle 200 firme quindi è rimasta fuori dalla competizione.
Canarie, la lista UNICA e il ricorso alla Farnesina
Il terzo caso ci porta alle Canarie: 3 liste sarebbero state escluse dal Comitato Elettorale Circoscrizionale.
Secondo la ricostruzione dei promotori, il nodo riguarda la validità delle firme raccolte sulle diverse isole. Le sottoscrizioni sarebbero state effettuate alla presenza di un funzionario consolare con funzioni notarili, inviato dallo stesso Console.
I promotori contestano quindi la decisione del CEC di non riconoscere come valide quelle firme e chiedono chiarimenti sulle ragioni che hanno portato a una valutazione differente rispetto alle modalità con cui la raccolta era stata organizzata.
Se la raccolta delle firme è avvenuta effettivamente alla presenza di un funzionario consolare incaricato, quali sono le ragioni formali per cui quelle sottoscrizioni non sono state riconosciute valide? Quali verifiche sono state effettuate? Quali elementi hanno condotto il Comitato a una conclusione diversa da quella attesa dai promotori?
In sintesi esiste un denominatore comune: la necessità che le regole elettorali siano applicate con trasparenza, uniformità e imparzialità.































