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                  Recessione e lavoro – di Carlo Di Stanislao

                  di ItaliaChiamaItalia
                  mercoledì 04 Gennaio 2012
                  in Economia, Scelti
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                  Paese in recessione ed in più inflazionato, secondo quanto emerge dalle stime Istat, che registrano un’accelerazione  inflattiva media per l’anno trascorso del 2,8%, con un più 1,5 rispetto al 2010: il più alto dal 2008, quando era stato del 3,3%. Il pericolo reale è la recessione, a causa dell’inflazione galoppante, con un 2012 su cui incombe la deflazione, con un indebolimento della crescita globale, aggravato dal credit crunch in atto nel Vecchio Continente ed effetti a catena sul resto del mondo. Il rischio che i prezzi inizino a scendere a causa della crisi economica e della scarsità di denaro in circolazione preoccupa molti e, poco prima di Natale, Lorenzo Bini Smaghi, membro dimissionato (dopo la nomina di Draghi) del consiglio direttivo della Banca centrale europea, sosteneva – in un’intervista al “Financial Times” – che la Bce dovrebbe prendere misure straordinarie se nell’Eurozona dovessero crearsi pericoli deflazionari.  

                  In questo frangente, dal momento che i consumatori e le imprese che devono investire si aspettano un calo dei prezzi, tendono a rinviare più che possono sia acquisti che investimenti, con un effetto recessivo, proprio come se aspettassero stagioni dei saldi a ripetizione. Così, alla fine, si crea una spirale deflazionistica: il calo dei prezzi e il comportamento di consumatori e imprese porta a una caduta della produzione e a una riduzione dei salari e dell’ occupazione.

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                  Qualcosa del genere successe drammaticamente tra il 1930 e il 1933 negli Stati Uniti, quando i prezzi medi crollarono di circa il dieci per cento l’ anno, contribuendo alla Grande Depressione.
                  Insomma, aleggia sempre più su di noi e su Europa ed USA, lo spettro del “Dept Deflation” con  un deleveraging  generalizzato, che cercando di cancellare le isterie e le paranoie inflattive che hanno caratterizzato in questi anni alcuni interpreti della cosiddetta scuola austriaca, con  anche economisti, analisti e bloggers che rincorrevano il populismo di un’inflazione che è con noi dalla notte dei tempi, quella che corrode il nostro potere di acquisto, quella che Keynes definiva la via migliore per distruggere il sistema capitalistico svilendo la moneta, mediante un continuo processo di inflazione nel quale i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una grossa parte della ricchezza dei loro cittadini, si giunga infine ad una deflazione da debiti accumulati.

                  Mai come nel 2011 nel contesto di una crisi sovrana, i bond reali della zona euro hanno sottoperformato in maniera sensibile il già devastante andamento dei bond nominali, che hanno perso, secondo l’indice settoriale BOFA, un importante 4,4 % negli ultimi tre mesi, una sottoperformance che ha riportato perdite superiori al 10 %:  la peggiore della storia di questo indice.

                  Ora, per tornare al’Italia, è difficile che fallisca perché, a fronte di 2000 miliardi di debiti,  ne ha 13.000 di beni immobiliari e 5.000 di risparmi dei cittadini, ma il rischio è che essa prenda la malattia della deflazione,  che, come si sa,  può avere strascichi per decenni, come è accaduto al Giappone, una volta seconda potenza economica mondiale. Occorre reagire, stimolare la crescita di produzione e consumi. Lo si è fatto in passato agevolando la rottamazione di automobili, motorini ed elettrodomestici, ma la cosa ha un senso solo se i nuovi prodotti permettono una vera riduzione di consumi e minor impatto ambientale, altrimenti si rivela solo come una droga momentanea dell’economia col risultato di uno spreco di beni che potevano essere utili ancora per anni e la rinuncia a futuri ricavi per imposte dello Stato. Una soluzione può essere ripresa dal solito Keynes: investire in grandi infrastrutture utili al bene comune. In questo modo sarà possibile occupare i lavoratori disoccupati o sofferenti perché in cassa integrazione. In questa direzione il governo Monti ha subito dato un segnale positivo finanziando e facendo aprire i cantieri per il terzo valico ferroviario, che unirà tramite una lunga galleria il porto di Genova con la Valle Padana, rendendo dopo trent’anni di progetti più competitivo l’accesso dal Mediterraneo di un vasta area dell’Europa continentale. E Passera, il vero superministro di questo governo tecnico che per ora ha erogato sacrifici e ventilato solo speranze di ripresa, ha parlato di 10 miliardi di investimenti in infrastrutture. Ma il problema è reperire le risorse in termini reali e non virtuali, come la politica di questi ultimi anni ci ha abituato. La manovra attuata è in buona parte dedicata al raggiungimento del pareggio di bilancio promesso all’Europa, reso più difficile dall’aumento degli interessi delle ultime emissioni di titoli di Stato: quindi per uscire dalla recessione sarà questa volta necessario giocoforza recuperare risorse dagli evasori, oggi individuabili con un grande calcolatore grazie al programma Serpico, che riesce ad incrociare i molti dati informatici diversamente recuperati dalle attività degli italiani. Non vi è alternativa, visto che Monti non è riuscito a convincere Germania e Francia a tener fuori dal calcolo del pareggio di bilancio le spese di investimento nelle grandi infrastrutture.

                  Un altro modo (magari da affiancare al primo), è quello di rendere meno caro il lavoro e più alti gli stipendi netti, riducendo le imposte, in modo da aumentare la competitività delle aziende ed incoraggiarle a crescere di dimensione, per meglio competere sul mercato internazionale. Per raggiungere questo obiettivo occorrerebbe però eliminare il presente ostacolo alla crescita aziendale legato al limite di 15 lavoratori,  oltre al quale l’azienda non ha il diritto di licenziare personale senza incorrere in cause del lavoro che durano anni, con i costi ad esse correlati. Ma la modifica dell’articolo 18 è rifiutata anche solo come ipotesi dai sindacati. Ma non solo i sindacati, anche alcuni economisti dicono che l’articolo 18 è un falso problema, o meglio una questione che non risolve le problematiche attuali. L’economista Guido Viali in un’intervista ha detto:  “Ridurre i diritti dei lavoratori in nome della crescita è una bugia perché per almeno un decennio l’Italia è destinata a non crescere”. L’economista parla di una conversione produttiva attraverso la promozione di nuove produzioni. Ecco come corrobora poi la sua tesi: “investire in energie rinnovabili, nell’agricoltura sostenibile e a chilometri zero, occorre il riassetto idrogeologico del territorio e non le grandi opere, il riutilizzo degli edifici abbandonati o delle case sfitte attraverso processi di ristrutturazione invece di nuove edificazioni, gestione delle risorse che oggi chiamiamo rifiuti dimenticando che questi prima di essere scarti sono opportunità”. E, ancora contro la tesi Ichino-Fornero, qualcuno ha anche sfornato la carta della bancarotta argentina, che secondo loro, sarebbe stata provocata proprio dalla così tanto ambita “politica” della deregulation simile alla ricetta montiana in quel Paese.

                  Oggi, sul Sole 24 Ore, Piero Ichino, ricorda che, nella conferenza-stampa di fine anno il Presidente del Consiglio ha indicato quattro punti-fermi che dovranno caratterizzare la riforma del lavoro, sui quali nessuno finora ha manifestato dissenso, né in sede sindacale, né in sede politica. Primo: occorre voltar pagina rispetto al dualismo attuale fra lavoratori protetti e non protetti. Secondo: la nuova disciplina dovrà applicarsi a tutti i nuovi rapporti di lavoro dipendente e solo a questi. Terzo: la nuova nozione di "lavoro dipendente" dovrà essere facilmente e immediatamente individuabile, senza bisogno di complicate disquisizioni giuridiche come quelle necessarie oggi per distinguere il lavoro subordinato dalle collaborazioni autonome. Quarto: la nuova disciplina dovrà garantire a tutti i (nuovi) lavoratori dipendenti sicurezza economica e professionale in caso di perdita del posto, secondo i migliori standard nord-europei. Su questo tema Monti è disposto ad incontrare i sindacati in tavoli congiunti, ma ha ricordato comunque che il tempo è poco e l’Europa attende risposte concrete già a fine mese.

                  Quindi, il prossimo, delicatissimo   passaggio dell’agenda Monti, è il lavoro, un passaggio che  fa discutere nel metodo, ancor prima  che nel merito. Da una parte c’è la Cgil, che non vuole  incontri separati, dall’altra il governo, che insiste sulla strada  dell’approccio bilaterale. In mezzo gli altri sindacati, che  puntualizzano di guardare più alla sostanza che alla forma. A tenere  la barra dritta sulle priorità da affrontare è, come già avvenuto  nel discorso di fine anno, il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che mette in primo piano la concertazione, o almeno il  dialogo, ma precisando che il percorso da seguire è già  definito e  “bisogna affrontare i nodi che sono già stati affrontati  con l’accordo del 28 giugno tra le confederazioni sindacali, un  accordo sottoscritto da tutti”. Perchè la necessità è di “andare  avanti su quella strada” è assolutamente irrinunciabile, al di là delle pressioni di chiunque, Europa compresa. 

                  Ciò che è certo è che dopo l’Epifania cominceranno gli incontri per scrivere la riforma del mercato del lavoro, guidata dal ministro Elsa Fornero. Tra le priorità, secondo Susanna Camusso, c’è la riduzione della precarietà: da 46 forme di assunzione a tre o quattro e rendere le forme flessibili più costose. Sono questi i punti da cui cominciare, sostiene la Cgil, rilanciando la necessità di un piano per il lavoro e l’avvio di un confronto col sindacato. E, avvisano anche i leader di Cisl, Uil e Ugl, che se l’argomento non sarà affrontato con equilibrio, la prospettiva di un 2012 all’insegna della recessione e della disoccupazione, potrebbe innescare un  periodo di forti tensioni sociali.

                   

                   

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                  martedì 17 Febbraio 2026

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                  venerdì 20 Febbraio 2026

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