Non è scontato che vinca il sì, fino alla fine. Quel che è certo è che il referendum sulla giustizia in programma a marzo rappresenta un passaggio cruciale per il futuro del sistema giudiziario italiano. Non si tratta di una consultazione tecnica per addetti ai lavori, ma di una scelta che riguarda direttamente i diritti dei cittadini, il funzionamento dello Stato di diritto e la qualità della democrazia.
La rilevazione Ipsos per DiMartedì: se si votasse oggi i Sì sarebbero al 54%, i no al 46. Un mese fa i Sì erano al 57,9%, i No al 42,1%. Dunque, almeno secondo i numeri dei sondaggi, lentamente il no sembra stia recuperando terreno.
A nostro modo di vedere, non esiste alcuna ragione per votare no. Dire sì al referendum significa innanzitutto sostenere un’idea di giustizia più efficiente, più equilibrata e più giusta. Una giustizia che non sia solo severa quando serve, ma anche rapida, prevedibile e rispettosa delle garanzie.
Oggi uno dei principali problemi del sistema giudiziario italiano è la sua lentezza cronica, che danneggia tutti: le vittime che attendono risposte, gli imputati che restano per anni sospesi in una condizione di incertezza, le imprese che rinunciano a investire e i cittadini che perdono fiducia nelle istituzioni.
Il sì al referendum rappresenta una spinta per correggere storture note da tempo, ridurre l’uso distorto della giustizia come strumento di pressione politica o mediatica, rafforzare il principio di responsabilità e ristabilire un equilibrio più sano tra poteri dello Stato. Non è una battaglia di parte, ma una battaglia di sistema: riguarda la credibilità delle istituzioni e la tutela effettiva dei diritti fondamentali.































