Giornalismo, Bagnasco: professione va ripensata

"Che la professione del giornalista – prima ancora che la vendita dei giornali cartacei -, abbia bisogno di essere ripensata è un dato innegabile. Se infatti perde l’aggancio alla verità, e se smarrisce la responsabilità nei confronti dei suoi lettori, allora anche il giornalista più dotato può produrre danni culturali gravissimi, contribuendo ad aumentare la cacofonia, la frammentazione, il disorientamento e la confusione, nonché la violenza che così spesso si sprigiona nelle situazioni di incertezza e fragilità". Lo dice Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale italiana, nella sua prolusione sull’etica del giornalista tra la carta stampata e il web.

"Un certo affanno della professione giornalistica è evidente in molte sue derive – spiega Bagnasco – che ormai purtroppo sono più routines che eccezioni: nell’uso strumentale e destabilizzante di notizie non verificate allo scopo di sostenere o danneggiare una parte in causa nell’agone pubblico; nel silenzio calato, allo stesso scopo, sulle notizie che romperebbero pregiudizi e che si ha vantaggio a mantenere; in un uso voyeuristico e acritico del ‘diritto di cronaca’, senza nessuna preoccupazione per le parti in causa (come i parenti delle vittime per esempio) o gli effetti sull’opinione pubblica. O ancora, nella corsa allo scoop che non esita a violare non solo la privacy, ma i tempi e i ritmi di istituzioni che devono anteporre operare discernimento e confronto piuttosto che sfamare la curiosità spesso indotta del pubblico". 

"Non si può negare che nel nostro Paese si avverta la presenza di proprietà editoriali invadenti e comunque molto più versate alla tutela dei propri interessi che alla qualità dell’informazione. D’altra parte un sistema non può garantire l’indipendenza di giudizio quando è economicamente dipendente da quei poteri che dovrebbe controllare. Ciò pone, peraltro, una questione centrale perché la qualità della comunicazione contribuisce non poco alla salute di un Paese democratico. Accanto a questi condizionamenti forti che provengono dall’esterno, occorre evidenziare anche possibili condizionamenti interni che inducono il giornalista ad autocensurarsi per non disturbare chi può danneggiarlo o, al contrario, gratificarlo".

"Quello degli slogan ė il linguaggio dei falsi profeti, che Papa Francesco non cessa di invitarci a smascherare: operazione per la quale i giornali troppo poco ci aiutano, contribuendo piuttosto ad alimentare personalismi perlopiù dotati di scarso fondamento. Armi efficaci nella ‘battaglia delle idee’, anzi troppo spesso delle ideologie, gli slogan e i termini ‘inventati’ per definire una situazione nuova non sono mai neutri, ma orientano la comprensione e dunque influiscono sui nostri atteggiamenti: pensiamo solo all’etichetta ‘vu cumprà’ per definire i lavoratori stranieri stagionali, e al tipo di relazione che una definizione come questa favorisce, o ostacola in un mondo ormai plurale". "Una delle parole ultimamente più abusate è ‘responsabilità’: senza tener conto che usare a sproposito, o per mascherare il loro contrario, parole che dovrebbero invece vincolarci l’un l’altro produce non solo una menzogna, ma un effetto nichilistico generalizzato, un progressivo svuotamento della capacità del linguaggio di significare e ospitare una comunicazione autentica”.