Vediamo davvero gli stessi colori? Ecco perché la risposta è no
Quando guardiamo lo stesso oggetto siamo portati a pensare che tutti lo vedano esattamente come noi. Ma non è necessariamente così.
La percezione di un colore è un processo molto più complesso di quanto immaginiamo: coinvolge la luce, l’occhio, la retina, i fotorecettori e infine il cervello, che interpreta i segnali ricevuti.
Questo significa che due persone possono osservare lo stesso oggetto, nella stessa stanza e nelle medesime condizioni, e percepirne il colore in maniera leggermente differente. E non è necessario essere daltonici.
Secondo i dati di Baviera – Clinica Oculistica, circa l’8% degli uomini italiani e lo 0,5% delle donne presenta daltonismo, per un totale stimato di circa 2,5 milioni di persone in Italia.
Ma il daltonismo è soltanto uno dei fattori che possono modificare la nostra esperienza dei colori.
La genetica fa la differenza
La prima variabile è scritta nei nostri geni.
I coni presenti nella retina sono le cellule specializzate nella percezione delle diverse lunghezze d’onda della luce. La loro sensibilità può presentare piccole differenze da individuo a individuo.
Nella maggior parte dei casi si tratta di normali variazioni biologiche, che contribuiscono a rendere personale il modo in cui ciascuno percepisce i colori.
Daltonismo, non soltanto “confondere i colori”
Il daltonismo rappresenta invece un’alterazione specifica della visione cromatica.
Nelle forme più comuni, legate soprattutto alla difficoltà di distinguere rosso e verde, alcune varianti genetiche modificano il funzionamento dei pigmenti presenti nei coni. Di conseguenza, colori facilmente distinguibili per una persona possono apparire molto simili a un’altra.
Il fenomeno interessa soprattutto gli uomini perché le forme più comuni sono legate al cromosoma X. Le donne, invece, sono più frequentemente portatrici.
Non esiste però un’unica esperienza del daltonismo: il grado e il tipo di alterazione possono variare da persona a persona.
Con l’età cambiano anche i colori
Anche il tempo che passa può modificare la nostra percezione.
Con l’invecchiamento il cristallino diventa progressivamente più denso e tende ad assumere una colorazione giallastra. Anche la retina e i suoi fotorecettori subiscono cambiamenti.
La quantità e la qualità della luce che raggiunge la retina possono quindi diminuire, rendendo più difficile distinguere alcune tonalità.
La cataratta può accentuare ulteriormente il fenomeno, alterando la trasmissione della luce attraverso il cristallino.
Quando il cambiamento può essere un campanello d’allarme
La percezione dei colori può cambiare anche in presenza di problemi alla retina.
Poiché i coni sono localizzati nella retina, patologie oculari, vascolari o degenerative che interessano questa struttura possono compromettere la capacità di distinguere determinate tonalità.
Particolare attenzione va prestata quando il cambiamento è improvviso, persistente o interessa soprattutto un solo occhio, soprattutto se accompagnato da altri disturbi della vista.
In questi casi è opportuno rivolgersi a uno specialista, perché un’alterazione della percezione cromatica può essere associata anche a problemi oculari o neurologici.
Anche il nervo ottico entra in gioco
La retina raccoglie le informazioni luminose, ma il viaggio non finisce lì.
I segnali vengono trasmessi attraverso il nervo ottico fino al cervello, dove vengono elaborati e trasformati nella percezione visiva.
Per questo anche un’alterazione lungo questa via può influire sulla capacità di distinguere i colori. Le modificazioni della visione cromatica possono fornire indicazioni utili allo specialista, ma devono essere interpretate insieme agli altri elementi dell’esame oftalmologico e, quando necessario, neurologico.
Diabete e ipertensione possono influire sulla vista
Non sono soltanto le patologie direttamente localizzate nell’occhio a poter incidere sulla percezione visiva.
Il diabete, per esempio, può danneggiare i vasi sanguigni e i tessuti della retina. Anche l’ipertensione può avere conseguenze sulla circolazione e sulle strutture oculari.
Quando queste condizioni compromettono il normale funzionamento dell’apparato visivo, possono essere interessate diverse funzioni, compresa la discriminazione dei colori.
Anche gli ormoni possono avere un ruolo
Il sistema visivo non è isolato dal resto dell’organismo.
I tessuti oculari possiedono recettori per gli ormoni sessuali e alcune fasi della vita, come pubertà, gravidanza e menopausa, possono determinare cambiamenti a livello della cornea e della superficie oculare.
Il rapporto tra ormoni e percezione dei colori è però complesso: non significa che un determinato ormone faccia vedere “più colori”, ma che alcune variazioni fisiologiche possono modificare, in determinate circostanze, l’esperienza visiva.
Il colore cambia anche con la luce
A volte non è l’occhio a cambiare. È l’ambiente.
Lo stesso oggetto può apparire diverso alla luce naturale, sotto una lampadina calda, con un’illuminazione fluorescente oppure davanti a uno schermo.
Il nostro cervello cerca continuamente di compensare le variazioni dell’illuminazione attraverso un meccanismo chiamato costanza del colore, tentando di mantenere relativamente stabile l’aspetto degli oggetti.
Ma la compensazione non è sempre perfetta. Ed è proprio in condizioni di illuminazione particolari o ambigue che possono emergere differenze nella percezione tra individui.
Alta montagna: anche l’ambiente può incidere
Tra i fattori considerati rientrano anche le condizioni ambientali estreme.
A quote molto elevate diminuiscono la pressione atmosferica e la disponibilità di ossigeno. L’ipossia può influenzare il funzionamento dei tessuti oculari e, in determinate condizioni, anche la qualità della percezione visiva.
È uno degli esempi che mostrano quanto la nostra esperienza dei colori non dipenda soltanto dall’oggetto che stiamo guardando, ma dall’intero sistema attraverso il quale lo osserviamo.
Alla fine decide il cervello
Il punto fondamentale è proprio questo: il colore non è una semplice fotografia che l’occhio trasmette al cervello.
La luce entra nell’occhio, i coni trasformano le informazioni luminose in segnali nervosi e il cervello confronta e interpreta questi segnali tenendo conto anche del contesto e dell’illuminazione.
La percezione cromatica è quindi una vera costruzione del sistema nervoso.
Come spiega il dottor Sergio Ares, medico chirurgo e Country Manager di Baviera Italia, “non tutte le persone percepiscono allo stesso modo uno stesso colore”. Questo, sottolinea, non significa che ognuno viva in un mondo completamente diverso, ma che esistono differenze individuali nel modo in cui la luce viene catturata dagli occhi e successivamente elaborata dal sistema nervoso.
Genetica, invecchiamento, daltonismo, cataratta, patologie della retina e del nervo ottico, diabete, ipertensione, condizioni ambientali e cambiamenti ormonali possono rendere queste differenze più evidenti.
Insomma, quando diciamo “questo è rosso” siamo convinti di parlare dello stesso colore che vede la persona accanto a noi. Ma il nostro cervello potrebbe raccontarci una storia leggermente diversa.




























