Da sempre gli Stati Uniti hanno un “cuore” profondamente repubblicano negli Stati centrali del continente, mentre i democratici vincono negli Stati che si affacciano sull’Atlantico e sul Pacifico, tradizionalmente progressisti.
Ho girovagato per due settimane in Stati a prevalenza repubblicana e il fatto che Donald Trump sia precipitato nei sondaggi lo si coglie ovunque, anche e soprattutto chiacchierando con amici repubblicani da sempre, compresi quelli che due anni fa lo votavano senza riserve e ironizzavano sugli avversari.
Non c’è ancora un vero clima elettorale: pochi i cartelli nei giardini a lato delle strade e quasi tutti per candidati alle varie cariche locali, dai giudici di pace agli sceriffi, perché – va ricordato – negli USA tutte le cariche sono a votazione diretta.
Sta di fatto che il 3 novembre si voterà per le elezioni di mid-term, tradizionale appuntamento elettorale di metà mandato, già di solito infausto per il presidente in carica, ma che questa volta rischia di diventare un tracollo per i repubblicani, che potrebbero perdere la maggioranza in entrambe le Camere, visto che si rinnova un terzo del Senato e l’intera Camera, come ogni biennio.
Quella della Camera dei Rappresentanti è data ampiamente per persa: 228 seggi ai democratici contro solo 207 ai repubblicani (oggi in maggioranza con 5-7 voti di margine, dipende da un paio di indipendenti), ma, secondo gli ultimi sondaggi, anche al Senato i democratici potrebbero raggiungere i 51 o 52 seggi, ovvero la maggioranza assoluta.
La popolarità del presidente è scesa progressivamente al 37% secondo il Wall Street Journal o addirittura al 32% secondo la Reuters. Sta di fatto che gli scontenti sono ben oltre il 60% e in crescita costante.
Non pensiate che le problematiche riguardino soprattutto la gestione della crisi con l’Iran o l’Ucraina: quello che conta per gli americani è il visibile aumento dei prezzi e soprattutto quello della benzina, ormai stabilmente oltre i 4 dollari al gallone (il che significa comunque solo un euro al litro, beati loro), ma va tenuto conto delle dimensioni e dei consumi delle auto negli USA.
I repubblicani possono solo aggrapparsi a due aspetti che hanno un loro fondamento. Il primo è che, se Trump è criticato, lo sono anche i democratici, accusati di non essere stati capaci di mettere insieme un’opposizione credibile e di ritrovarsi senza leader di prestigio. La gente, poi, si “sente” repubblicana o democratica da sempre e quindi il malcontento per l’elefantino è più probabile che si trasformi nel “non voto” piuttosto che in un passaggio di casacca.
E qui sta l’unica, altra vera speranza per i repubblicani: non si vota per Trump, ma per rinnovare candidati locali che – là ove siano ben radicati nel proprio collegio – contano soprattutto per sé stessi e non è in gioco il presidente, che resta solo sullo sfondo.
La critica alla Casa Bianca è comunque diffusa anche tra molti “fedelissimi” di Trump ed è esplosa soprattutto quest’anno, dopo l’inizio della guerra in Iran, in cui il presidente si è cacciato contando forse su una veloce soluzione alla venezuelana, ma evidentemente ignorando o sottovalutando le profonde differenze di scenario, la storia del Paese e i rischi di un incancrenirsi della situazione, come invece è puntualmente avvenuto.
Anche i rapporti con Israele sono criticati: seppur le lobby ebraiche possano condividere, gran parte dei cittadini è disgustata da Netanyahu, soprattutto per le vicende di Gaza, e non nasconde il proprio dissenso per la linea ufficiale del presidente.
Si è intanto attenuata la pressione “woke”, una delle cause del crollo democratico di due anni fa: sembra avviarsi un riequilibrio, o almeno questo viene percepito da larghi strati della popolazione bianca, che negli ultimi anni si è sentita vessata da “colpe” storiche giudicate assurde e che, a loro volta, creavano discriminazioni.
Insieme al controllo dell’immigrazione, è l’unico successo attribuito al presidente.
Quello di novembre sarà comunque un test interessante, soprattutto in vista delle presidenziali del 2028, con un Trump che – per bene che gli andrà – sarà un’“anatra zoppa”, se non addirittura completamente appiedata, se si ritrovasse in minoranza in entrambi i rami del Congresso.





























