Gli attacchi militari statunitensi contro le imbarcazioni sospettate di trasportare droga non sembrano sufficienti a frenare il mercato internazionale della cocaina.
La pressione esercitata dall’amministrazione del presidente Donald Trump nei Caraibi e nel Pacifico orientale starebbe spingendo i gruppi criminali a modificare rotte e modalità di trasporto, senza però determinare una riduzione significativa dell’offerta globale.
È quanto riferisce il Wall Street Journal, secondo cui, a tredici mesi dall’avvio della campagna statunitense contro quelli che Washington definisce «narcoterroristi», la cocaina continua a raggiungere in quantità elevate mercati come Stati Uniti, Europa e Australia. Le autorità antidroga di diversi Paesi segnalano inoltre prezzi in diminuzione e livelli di purezza tra i più alti degli ultimi decenni.
Un quadro che evidenzia le difficoltà di contrastare un traffico internazionale capace di adattarsi rapidamente alla pressione delle forze di sicurezza.
Trump rivendica oltre 70 imbarcazioni distrutte
Il presidente americano ha rivendicato la distruzione di oltre 70 imbarcazioni attribuite a presunti narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico orientale negli ultimi tredici mesi. Secondo i dati citati nel resoconto, le operazioni avrebbero provocato quasi 240 morti e perdite stimate per i gruppi criminali pari a circa 1,5 miliardi di dollari.
A giugno, Trump aveva sostenuto che il traffico marittimo di droga fosse diminuito del 97 per cento. Una rivendicazione che, tuttavia, non coincide necessariamente con l’andamento complessivo del mercato mondiale della cocaina: colpire una specifica modalità di trasporto non significa automaticamente ridurre la produzione, interrompere le reti di distribuzione o diminuire la disponibilità della sostanza nei Paesi di destinazione.
Secondo gli esperti citati dal quotidiano statunitense, infatti, numerose imbarcazioni continuano a partire dalle aree di produzione, mentre le organizzazioni criminali cercano percorsi alternativi per mantenere attivi i propri traffici.
Colombia, il cuore della produzione mondiale
Uno degli elementi centrali del problema è la produzione. Secondo gli esperti di sicurezza citati dal Wall Street Journal, circa il 70 per cento della cocaina mondiale viene prodotto in Colombia, da dove continuano a partire carichi destinati ai mercati internazionali.
È un dato che aiuta a comprendere i limiti di una strategia concentrata soprattutto sull’intercettazione delle imbarcazioni in mare. Le operazioni militari possono colpire mezzi, uomini e risorse delle organizzazioni criminali, ma il mercato resta alimentato da una filiera più ampia, che comprende coltivazione, trasformazione, logistica, distribuzione e riciclaggio dei proventi.
La capacità dei trafficanti di adattarsi alla pressione delle autorità rende quindi particolarmente complessa una valutazione dei risultati basata soltanto sul numero di imbarcazioni distrutte o sulle perdite economiche stimate.
Un mercato globale che resiste alla pressione militare
Il quadro descritto dal quotidiano americano mette in evidenza una contraddizione: mentre Washington rivendica risultati significativi sul fronte delle operazioni marittime, la disponibilità di cocaina sui mercati internazionali continua a rimanere elevata.
Prezzi in calo e purezza elevata, se confermati nei diversi mercati di destinazione, rappresentano indicatori importanti per valutare l’effettiva capacità delle operazioni di incidere sull’offerta. Non bastano, tuttavia, da soli a misurare l’intero fenomeno, che richiede dati comparabili su produzione, sequestri, consumi e flussi commerciali illegali.
La questione va oltre il confronto tra successi militari e capacità di reazione dei narcotrafficanti. Il contrasto al traffico internazionale di droga richiede interventi coordinati lungo tutta la filiera criminale, dalla produzione nei Paesi d’origine alle reti finanziarie e distributive che consentono alla cocaina di raggiungere consumatori in continenti diversi.
La campagna statunitense può dunque aumentare i costi e i rischi per alcune organizzazioni, ma, secondo il quadro riportato dal Wall Street Journal, non ha finora dimostrato di essere sufficiente a fermare il flusso globale della cocaina.





























