Napoli e Juve escluse, il pallone si adegua. Rimbalza nella crisi, non tira più come una volta, perde spettatori, innamorati e amanti. Due italiani su tre dicono addio al calcio, gli voltano le spalle, fuggono dagli stadi. Colpa dell’orgia di calcio in Tv, certo, colpa anche della crisi economica, ma le ragioni del disamore sono anche altre. E sono tante, basta andarle a cercare. Come hanno fatto Demos&Pi con Coop e con la partecipazione di LaPolis, Università di Urbino e Medi-Lab Vicenza. Il sondaggio è stato condotto da Demtera dal 10 al 12 settembre 2013 sul campione tratto dall’elenco abbonati della telefonia fissa. È rappresentativo della popolazione italiana con 15 anni e oltre per genere di età, titolo di studio, zona geopolitica di residenza. L’esito è stato consegnato al quotidiano La Repubblica, per la divulgazione.
Il declino del tifo, se vogliamo, è uno degli specchi della drammatica situazione economica dell’Italia. Come conseguenza collaterale, una delle tante prodotte dalla crisi, appare evidente che le squadre italiane, almeno le cosiddette grandi, non dispongono più di risorse economiche all’altezza per attirare le stelle del calcio. I giocatori migliori, a differenza di quello che accadeva in passato, oggi vengono ingaggiati dai club dei Paesi europei. Anche quelli che militano nel campionato italiano. Ecco spiegato il successo delle squadre tedesche nelle coppe europee. La Germania è signora dei mercati economici e finanziari, e di conseguenza anche di quelli calcistici. La metà dei tifosi è dell’idea che le squadre italiane non siano nelle condizioni di poter conquistare la Champions League. Una certezza, ormai non più dubbio. Il disamore tifoso è spiegabile anche con l’ingresso degli investitori stranieri nelle società italiane di calcio. È già avvenuto a Roma con gli americani, è sul punto ormai di accadere all’Inter. Il fenomeno viene guardato con ostilità dal 60% dei tifosi.
C’era una volta il campionato più bello del mondo. Quello italiano di serie A. Gli interpellati hanno espresso parziale gradimento, ritenendolo nel 49,5% dei casi meno interessante e spettacolare ai altri campionati esteri. Va da sé che il tifo negli stadi accusa un crollo di altri sette punti nel 2013. Le curve si svuotano, restano e resistono solo gli ultras. Questione di fede o, al limite, di fanatismo? L’una e l’altro, ma non è tutto. Violenza, razzismo, stadi considerati pericolosi, e gli scandali legati alle scommesse: così gli italiani si sono allontanati progressivamente dal calcio. In Italia il tifo è al minimo storico. In quattro anni, coloro che si definiscono tifosi del gioco cosiddetto più bello del mondo si sono ridotti a poco più di un terzo, partendo dalla considerazione, codificata dai numeri: rappresentavano oltre la metà della popolazione in Italia. Il poderoso calo è rappresentativo di un disamore diffuso. Non inspiegabile, certo, alla luce delle ragioni sopra citate. Laddove resiste e cresce perfino la componente militante. La più calda, costituita dagli ultratifosi, non necessariamente ultras. Cresciuta fino al 47% della popolazione che tifa calcio. Quattro punti in più rispetto al 2012. Mentre i numeri dicono e raccontano di un’Italia sempre più tiepida verso il pallone. Un ridimensionamento del sentimento e dell’interesse valutato al limite del 20%.
La passione per il calcio coinvolge in Italia sempre meno persone. Tra quelle che continuano a professare e dimostrare interesse per il campionato italiano serie A c’è comunque una rappresentanza accesa, attiva e reattiva. Presente da sempre, appare oggi più evidente. Ma il dato generale denuncia la fuga dagli stadi italiani in maniera palese. Il calcio e i campionati hanno perso la loro storica credibilità. Il pallone italico si è sgonfiato sotto il peso degli scandali, che si ripropongono da tempo con ciclica puntualità. Un calcio viziato, con gli arbitri al centro di maleodoranti sospetti: 9 tifosi su 10 li sospettano in malafede. È verità anche questa: il calcio ha smesso di essere un gioco. Dilaga il business, padrone assoluto della vicenda. E viene ritenuto inoltre fonte di insicurezza. Stadi, fatiscenti e anche quelli non antichi, sono diventati luoghi a rischio, non più arene deputate al gioco del calcio. Il razzismo, poi. Gli squallidi beceri “buuu” rivolti ai calciatori di colore, presenti in numero sempre più consistente in tutte le squadre, sono rappresentativi di un preoccupante deprecabile fenomeno. Tutti d’accordo sul fatto che l’andazzo andrebbe scoraggiato attraverso l’adozione di durissimi provvedimenti. Siamo invece ancora ai palliativi.
L’unico stadio che tiene conto di sicurezza e socialità è quello fatto costruire dalla Juventus a Torino. I risultati, decisamente brillanti, sono sotto gli occhi di tutti. Non solo in termine di bilancio economico societario. Lo stadio di proprietà assicura straordinari benefici sotto molteplici aspetti. Ma la legge annunciata per agevolare la costruzione di stadi di proprietà e responsabilità della società non è stata ancora approvata. L’Italia è anche questa, gente. L’unico stadio (con quello della Juve) che in Italia non denuncia svuotamenti è il San Paolo di Napoli. Oltre 50,000 spettatori, tra paganti e abbonati, l’altra sera, per la partita con il Sassuolo, non un incontro di cartello, proprio no. La squadra emiliana è la cenerentola del campionato. Ultima in classifica, è approdata a Napoli dopo aver preso a domicilio sette gol dall’Inter. Il Napoli, per i napoletani, è fede, religione, passione, amore, sentimento viscerale. Una rara eccezione che conferma la regola in atto: due italiani su tre hanno smesso di frequentare gli stadi. Sei tifosi su dieci ritengono il nostro caro vecchio campionato italiano sia diventato meno interessante di altri. Progressivo svuotamento degli stadi acuisce, al contrario, la presenza del “tifo contro”. Ammesso in maniera esplicita dal 56% dei supporter. Poco più del 20% continua ad andare allo stadio; il resto, la fetta più consistente, preferisce il calcio in Tv, un autentico bombardamento. Allo stadio è presente la minoranza del tifo. La Juventus, l’unica squadra definibile “nazionale”, è prima nella classifica del tifo nelle principali aree territoriali. Palpita per la Signora il 30,2% del popolo tifoso. A seguire, per distacco, Milan, Inter e Napoli. La Juventus è parimenti la squadra più antipatica (25,8%), poi l’Inter. Rispetto a venti anni fa, dal punto di vista dell’effetto, comunque è cambiato il messaggio del calcio. Il dato di fatto certo è questo: complici scandali e disaffezione, crisi e violenza, sospetti e razzismo, il calcio in Italia non diverte più. E piace sempre meno agli italiani.
































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