Quattro anni di guerra in Ucraina e tutti hanno (abbiamo) perso.
Ha perso Vladimir Putin perché la sua aggressione all’Ucraina non ha portato ai risultati sperati e che i suoi strateghi gli avevano promesso.
Nonostante una carneficina costante delle sue truppe, l’impoverimento della Russia, la necessità di umiliarsi davanti alla Cina e la crisi economica creata dalla guerra, in 4 anni non è riuscito ad occupare neppure tutto il Donbass (e mi chiedo come mai potrebbe conquistare l’intera Europa orientale come qualcuno teme, soprattutto per giustificare l’aumento delle spese militari europee).
Ha perso l’Ucraina per i lutti, le rovine, il nemico in casa, l’impossibilità a poter contrattaccare.
Ha perso l’Europa che aveva sottovalutato il conflitto e all’inizio ha di fatto boicottato una tregua possibile e poi ha dovuto buttare somme enormi, armi, risorse, aiuti umanitari in un forno senza fine senza raccogliere nulla, se non di contenere l’avanzata russa.
Soprattutto l’Europa sta perdendo per le crescenti divisioni al proprio interno, dove si fa finta di non vedere l’evidente frattura politica tra gli stati, i guasti della recessione economica, la drammatica crisi energetica che si è cercato di nascondere.
Un’Europa che ostenta sicurezza e dimentica i propri errori.
Vi ricordate? Correva l’anno 2022, addì il 22 settembre (la guerra durava già da 7 mesi) quando la Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen tuonava testualmente tra gli applausi scroscianti degli eurodeputati presentando il suo atteso discorso annuale sullo “stato dell’Unione”:
“L’Europa è a fianco dell’Ucraina fin dal primo giorno con armi, fondi, ospitalità per i rifugiati. E con le sanzioni più severe che il mondo abbia mai visto. In Russia il settore finanziario è allo stremo. Abbiamo estromesso i tre quarti del settore bancario russo dai mercati internazionali. Quasi mille società internazionali hanno lasciato quel paese. La produzione automobilistica russa è crollata di tre quarti rispetto all’anno scorso. Aeroflot è costretta a lasciare a terra i suoi aerei perché non trova più pezzi di ricambio. L’esercito russo sta recuperando microchip da lavastoviglie e frigoriferi per riparare le attrezzature militari, perché ha esaurito i semiconduttori, L’industria russa è alla deriva”.
Da allora sono passati 42 mesi, oltre 1260 giorni e qualcuno dovrebbe riflettere su quanto improvvide fossero quelle dichiarazioni, mentre proprio in questi giorni l’Alto Rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas, annuncia:
“L’Unione si sta muovendo per il ventesimo pacchetto di sanzioni. Le nuove misure stanno già producendo effetto e limiteranno ulteriormente le capacità di Mosca di finanziare la guerra. Mosca non è invincibile”.
Dal pronosticare una vittoria a breve ad ammettere che i presunti già sconfitti non sono invincibili ce ne passa…
Non solo, la Kallas fa finta soprattutto di non sapere che le nuove sanzioni che vogliono bloccare le petroliere russe in giro per l’Europa hanno – almeno al momento in cui scrivo – il veto politico dell’Ungheria, lo scetticismo di Malta e di Cipro e lo scontento evidente almeno di Slovacchia e Repubblica Ceca, tanto che lunedì scorso è saltato tutto, compresi i 90 miliardi promessi di aiuti tre mesi fa; ma la notizia di enorme rilevanza politica ed economica è scivolata via nei TG, sommersa dal festival di Sanremo ed altre amenità.
Di fatto più si allungano i tempi per un armistizio in Ucraina più ci stanno rimettendo in termini economici quasi tutti i paesi europei, senza che nessuno faccia i conti nelle tasche dei cittadini. Purtroppo questo Putin lo sa benissimo e lo spinge ad insistere.
Certamente “la libertà non ha prezzo” come ci è stato ripetuto mille volte ed è sicuramente vero, ma allora il concetto e le sanzioni andrebbero applicate per tutte le dittature del mondo e non solo “à la carte”: qualcuno a Bruxelles è preoccupato del macello degli oppositori in corso da due mesi in Iran?
Pensare che il governo italiano debba poi stanziare proprio in questi giorni miliardi per ridurre i costi energetici proprio perché manca l’apporto del gas russo dovrebbe farci almeno riflettere.
Così come andrebbe ricordato che le sanzioni alla Russia hanno fatto la fortuna di tante aziende distributrici di energia in un’Unione incapace perfino di fissare un prezzo unico per gas ed elettricità, concetti che i media trascurano e non sottolineano all’opinione pubblica.
E allora, chi ha vinto? Tutto sommato non ci stanno perdendo gli USA che vendono le armi ai propri partner, la NATO che era in via di liquidazione ed adesso è tornata potente (e costosa), Zelensky che è assunto a visibilità mondiale senza rinnovi elettorali, così come ci hanno sicuramente guadagnato i costruttori di armi.
Soprattutto è andata forse definitivamente in frantumi l’unica vera strada strategica che 20 anni fa aveva davanti a sé l’Europa: una maggiore integrazione economica, politica, culturale proprio con la Russia per diventare insieme il “terzo polo” del mondo confrontandosi alla pari con USA e Cina.
Ipotesi distrutta. E in fondo in fondo, oltre Atlantico, non possono esserne troppo scontenti.
Qualcuno ragioni quindi sul perché sia forse veramente scoppiato il conflitto di cui l’invasione di Putin è stata solo un episodio, mentre vanno ricordati soprattutto – e con sincerità – i troppi morti innocenti, le famiglie distrutte, i sacrifici inutili, la paura e la fame di milioni di persone che si ritrovano a subire i costi, i torti, la disperazione di una guerra che nessuno ha più il coraggio di fermare.































