Che botta! Davvero una botta impensabile e sorprendente per me, convinto e non pentito sostenitore del SÌ, ma purtroppo anche per Giorgia Meloni e il suo governo, che si ritrovano, a un anno e mezzo dalle elezioni, con la sensazione che tutto sia rimesso in gioco e con il “centro-sinistra” che ora torna di nuovo in partita.
Così, mentre i magistrati di Napoli festeggiano a spumante e “Bella ciao” lo scampato pericolo (segno inequivocabile del loro stile), nel centrodestra ci si guarda smarriti ma, a ripensarci, soprattutto nelle ultime settimane i segnali di un temporale in arrivo c’erano tutti.
A cominciare dal fatto che gli avversari, a dar battaglia, ci hanno creduto davvero, mentre quelli del SÌ sono rimasti tiepidi. Ma soprattutto – ed è questo sorprendente – si riscopre che, dopo 80 anni di Costituzione, c’è ancora una maggioranza di italiani che crede alle favole di una potenziale volontà autoritaria.
Questa è la cosa più assurda e ipocrita di tutte, anche se ancora una volta la sinistra vince sul riflesso condizionato “Costituzione-antifascismo”, senza che la gente ragioni sul merito delle cose.
Piaccia o meno, è purtroppo così, ed è un peccato che all’uscita dei seggi – oltre a chiedere come avessero votato – quelli degli exit poll non abbiano fatto un’altra domanda agli elettori: “Ma lei ha mai letto l’articolo 104 della Costituzione?”. E, a chi avesse fatto finta di rispondere “sì”, sarebbe stato divertente chiedere di che cosa parlasse quell’articolo e dove avrebbe davvero inciso la riforma proposta.
Perché il bello (o il tragico) è che magistrati e sinistra sono stati capaci di convincere su una realtà che non esiste e non esisteva, di fatto per un “sentito dire”.
Complimenti a loro, però, visto che hanno convinto la maggioranza e in democrazia (per fortuna) funziona così, sia che si vinca sia che si perda.
Confermato e certificato che siamo un Paese dove tutti si lamentano ma cambiare è poi cosa impossibile, restano però tanti dubbi.
Per esempio, a Palazzo Chigi sapevano dove tirava l’umore della gente?
Perché, nonostante i fondi spesi per i sondaggi, probabilmente non si è percepito che in fondo agli elettori dei magistrati importava ben poco, ma che il giudizio sul governo – e quindi sulla riforma proposta – è stato più legato alla improvvisamente ritenuta negativa vicinanza con Trump, ai prezzi del gasolio (ma non si potevano decidere i tagli delle accise due settimane prima?), ai timori economici e internazionali.
Segnali precisi (e che nelle settimane scorse cercavo di sottolineare, rileggetevi “Il Punto”), così come contemporaneamente era caduto l’indice di apprezzamento della Meloni dopo trenta mesi di ottima tenuta.
Forse le cose sono davvero cambiate in poco tempo e il governo è stato preso in totale contropiede, perdendo la guerra dei nervi (quante migliaia di “no” sono arrivate dalle improvvide dichiarazioni di Nordio e della sua fida collaboratrice Bartolozzi?).
Certamente i media ci hanno messo del loro, ma la sinistra ha comunque creduto nella vittoria, la destra no. Lo si è visto dall’assenza dei manifesti per il SÌ, dalla mancanza di dibattiti, dal “movimentismo” che ha resuscitato la sinistra mobilitando soprattutto i giovani. Alla fine la gran parte delle persone ha capito poco o nulla della riforma, ma ha percepito slogan più semplici, immaginando che il SÌ volesse asservire i giudici ai politici, senza pensare che semmai avviene (ed avverrà) l’esatto contrario.
Giorgia Meloni è sembrata molto sola al comando e, quando è intervenuta con serietà, è stata mediaticamente “uccisa” dall’infelice e contemporanea uscita della Bartolozzi.
Il commento (da sinistra) che una battuta di tredici secondi conta più di tredici minuti di buonsenso è stato perfetto.
Una sconfitta grave, che lascerà conseguenze profonde e divisioni interne, a cominciare dalla necessità di intervenire all’interno dello stesso governo, dove serve eliminare subito qualche volto ormai diventato impresentabile.































