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                  Noi, l’Europa, la Russia e la guerra in Ucraina

                  di Dario Rivolta
                  lunedì 23 Gennaio 2023
                  in L'OPINIONE, Scelti
                  Guerra in Ucraina

                  Guerra in Ucraina

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                  La nostra stampa mainstream e le televisioni fan di tutto per lasciar credere ai fruitori più ingenui che l’attuale crisi ucraina sia cominciata il 23 febbraio 2022 con l’invasione delle truppe russe nei confini della stessa Ucraina. Chi risale più in là nel tempo fa partire la crisi dall’annessione russa della Crimea, giudicata illegittima perché “contraria al diritto internazionale”. Questa narrativa è indispensabile per giustificare la scelta del governo italiano e di tutti quelli europei di fornire di armi l’esercito di Kiev, e quindi di diventare (seppur senza mai dichiararlo: per farlo occorrerebbe un voto esplicito del Parlamento che dichiari lo stato di guerra) un Paese cobelligerante. Solo in un futuro non immediato sapremo se la scelta di considerare la Russia il nostro nemico sarà stata giovevole o negativa per il benessere e la sicurezza dell’Italia e dell’intera Europa. Per il momento dobbiamo limitarci a cercare di ristabilire la verità storica dei fatti e considerare poi le possibili conseguenze per noi di quanto stia succedendo.

                  Poiché ai nostri giorni chi non è “allineato” viene accusato di essere “amico del giaguaro”, per correttezza deontologica voglio innanzitutto dichiarare di non fungere da lobbista per nessuna delle parti in causa e di non ricevere compensi diretti o indiretti di alcun genere da governi stranieri o dal governo italiano, siano tali ipotetici compensi di carattere economico o sotto forma di altri benefit (quanti giornalisti od “esperti” che oggi riferiscono della guerra in Ucraina possono dire altrettanto?).

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                  Quando osserviamo gli eventi nella loro completezza scopriamo che il tutto ebbe inizio molti anni prima del 2022 e perfino del 2014. Esattamente tutto cominciò verso la fine degli anni ’90 quando alcune ONG (soprattutto americane ma sedicenti indipendenti) cominciarono a penetrare le istituzioni e la società civile ucraina con lo scopo ufficialmente dichiarato di “aiutare la costruzione della democrazia”. Nel frattempo, contrariamente ad accordi sottoscritti con l’allora presidente sovietico Gorbaciov, la Nato (ufficialmente alleanza “difensiva”) cominciò ad espandersi arrivando fino ai confini del territorio dell’attuale Russia. Da Mosca si fece subito sapere che quell’allargamento era un atto ostile non giustificato e che costituiva un attentato alla propria sicurezza. La Russia espresse subito forti preoccupazioni. Ciò nonostante all’ordine del giorno dell’incontro Nato di Bucarest del 2008 il presidente americano Bush, non pago di avere già associato tutti i Paesi dell’Europa orientale, fece includere l’adesione alla Nato anche di Georgia e Ucraina. Gli europei capirono immediatamente che ciò avrebbe causato una crisi ancora più profonda con il Cremlino e, per evitare la rottura dei rapporti con Mosca, riuscirono a far togliere quel punto dall’ordine del giorno rimandando l’ingresso di quei Paesi nell’Alleanza a data da definirsi. Nel linguaggio diplomatico ciò significava: mai.

                  Le ONG già presenti in Ucraina non rinunciarono, tuttavia, a continuare la loro penetrazione nella società civile del Paese. Nel 2004 una “rivoluzione arancione” portò all’invalidazione dell’elezione a Presidente di Yanukovich, considerato uomo vicino al Cremlino. La nuova consultazione elettorale fu favorevole a Juščenko, politico dichiaratamente filo occidentale e sponsorizzato dagli USA. Il suo governo, emanazione come tutti i precedenti (e i susseguenti) degli oligarchi locali, perse però presto il consenso popolare. L’8 settembre 2005 Julija Timoshenko, una delle anime della rivoluzione arancione, fu costretta a dimettersi dalla carica di Primo Ministro per dissidi con altri membri dell’Esecutivo e con lo stesso Presidente Juščenko. Seguirono due elezioni parlamentari nel 2006 e nel 2007, continue risse politiche, una clamorosa coabitazione tra Juščenko e l’arcirivale Yanukovich (premier dal 10 agosto 2006 al 18 dicembre 2007). Le elezioni presidenziali del 17 gennaio 2010, convalidate dall’OSCE come corrette, segnarono la definitiva fine di quel periodo e portarono alla vittoria di Yanukovich quale nuovo Presidente.

                  Veniamo, seppur sommariamente, alla storia più recente. Nel 2014 un colpo di stato violento, indubbiamente aiutato dagli Stati Uniti, dalla Polonia e dalla Gran Bretagna, portò ad un nuovo ribaltamento di fronte. Il governo ed il parlamento insediatisi dopo la nuova “rivoluzione” (detta di Maidan) si affrettarono perfino a inserire nella Costituzione l’obiettivo per l’Ucraina di entrare a far parte della Nato. Immediatamente dopo il colpo di stato la Russia si impadronì della Crimea, regione storicamente abitata in grande maggioranza da russi etnici e considerata dai russi quale loro base navale strategica nel Mar Nero. Contemporaneamente e con l’appoggio di Mosca, le regioni dell’est ucraino sentendosi discriminate in quanto anch’esse con popolazioni a maggioranza russa dichiararono la secessione. Intanto, a Odessa i gruppi paramilitari neo-nazisti massacravano decine di manifestanti pacifici filo-russi nel silenzio e con l’acquiescenza delle autorità di Kiev.

                  Il vero inizio della guerra armata fu quello e non il giorno dell’invasione. Infatti, cominciarono da allora gli scontri continui tra i cosiddetti “insorti” del Donbass e l’esercito ucraino. Gli atti di ostilità contro la popolazione che si dichiarava etnicamente russa diventarono via via più evidenti: la lingua russa fu bandita dal Paese e con essa la sua letteratura e la sua storia. Furono altresì proibiti tutti i giornali e le televisioni che trasmettevano in quella lingua nonostante continuasse ad essere, per motivi storici, la più parlata in tutta l’Ucraina. I giornali europei non ne hanno mai parlato diffusamente ma le prime stragi di civili cominciarono allora e si trattò soprattutto di cittadini del Donbass, uomini, donne e bambini vittime dell’artiglieria dell’esercito ucraino che bombardava la regione senza distinguere tra obiettivi militari o civili.

                  Dal punto di vista diplomatico, in realtà, nel Settembre 2014 e nel febbraio 2015 a Minsk si era raggiunto un accordo tra tutte le parti coinvolte, favorito da Francia e Germania. Quell’intesa prevedeva che Kiev avrebbe cambiato l’organizzazione dello Stato trasformandosi in federale e, pur mantenendo l’unità di tutto il Paese (salvo la Crimea) avrebbe consentito alle regioni del Donbass di ottenere l’autonomia amministrativa e di poter continuare ad usare la lingua russa a fianco di quella ucraina. Il parlamento di Kiev rifiutò di adeguarsi a quanto firmato dal suo stesso presidente e non fece nulla di quanto sottoscritto. Recentemente si è capito il perché: la signora Merkel, allora Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, ha dichiarato in una intervista pubblica che gli accordi di Kiev furono solo un trucco per dare il tempo all’Occidente di fornire armi ed addestramento all’esercito ucraino. Nel luglio 2021, come già fatto in precedenza, l’esercito ucraino partecipò alle esercitazioni militari della NATO pur non facendone ancora formalmente parte. Secondo la versione di Mosca, nell’autunno 2021 Kiev si stava anche organizzando a sferrare un attacco massiccio, apparentemente definitivo, contro le regioni “ribelli”.

                  Di conseguenza, nel Novembre 2021, dopo aver minacciosamente mobilitato le proprie truppe verso il confine con l’Ucraina, il governo moscovita avanzò una nuova proposta di accordo lasciando intendere che sarebbe stata l’ultima possibilità per evitare una guerra. Oggettivamente, le clausole proposte da Mosca erano spropositate e inaccettabili tali e quali ma, si sa, in ogni negoziazione ciascun contendente punta in alto per poi scendere a più miti consigli. Non sappiamo se così avrebbe potuto essere poiché gli Stati Uniti, destinatari di quella proposta, risposero praticamente con una sardonica risata e rifiutarono di iniziare un qualunque vero colloquio sull’argomento.

                  Tutto quanto sopra costituisce quindi la premessa per l’inizio delle ostilità e dimostra (come disse Papa Francesco pur volutamente sminuendo la dichiarazione) che fu la NATO, cioè gli Stati Uniti, ad aver cominciato ad “abbaiare” contro la Russia. E la Russia, come prevedibile, ha reagito brutalmente. Perché l’Europa si è precipitata ad affiancare gli americani, ad accendere sanzioni sempre più pesanti contro Mosca e a riempire di armi l’Ucraina (tra l’altro lasciando tutti i nostri eserciti pressoché disarmati)?

                  La prima risposta, diffusa da politici e dalla stampa mainstream, è che l’invasione di uno Stato sovrano rappresenti una violazione del diritto internazionale. Ciò è indubbiamente vero: la Russia ha invaso l’Ucraina e non viceversa. Tuttavia, a proposito di diritto internazionale e delle sue regole, non facemmo noi come NATO la stessa cosa aggredendo la Serbia? Non ci fu alcun avallo dall’ONU, anzi. Allora fu forse per difendere “umanitariamente” gli abitanti di lingua albanese nel Kossovo vittime di un genocidio come dice la versione ufficiale? È risaputo che non furono quelli i veri motivi di quella guerra e il Tribunale Penale Internazionale lo confermò alla fine del conflitto. Comunque, se anche così fosse stato, i russi risponderebbero che loro hanno fatto esattamente la stessa cosa per difendere i cittadini di lingua russa nel Donbass. Siamo di fronte a una “doppia morale”? A noi è concesso ciò che ci fa comodo e solo ai nostri “nemici” si applica il diritto internazionale? E, per quanto riguarda la Crimea, non è forse vero che l’ONU garantisce il diritto dei popoli all’autodeterminazione? Questo principio vale soltanto per le popolazioni che sono più simpatiche all’Occidente? Anche l’intervento in Libia, notoriamente voluto dai francesi e appoggiato dai britannici e dagli americani, fu davvero e soltanto per evitare che Gheddafi massacrasse i suoi concittadini? Se questa fosse stata la ragione, quale risultato abbiamo ottenuto? Abbiamo dato il via a una guerra civile che ha già causato l’uccisione di migliaia di libici e che non accenna minimamente a finire. Tra l’altro, come conseguenza, abbiamo ottenuto che turchi, russi, emiratini e altri mettessero le mani sulle risorse di quel Paese che, per noi geograficamente vicini, costituiva una comoda fonte di materie energetiche (e, in parte, anche alternativa alla Russia).

                  Secondo la narrativa americana di grande successo tra la stampa e tra i commentatori occidentali, i nostri interventi sono, in realtà, una lotta all’ultimo sangue tra le democrazie e i Paesi autoritari. Concetto storicamente bellissimo che riprende quello usato nella seconda guerra mondiale per la guerra contro nazisti, fascisti e giapponesi. Tuttavia, se questo principio costituisce il movente delle nostre azioni e se è per difendere la libertà e la democrazia che ci priviamo di gas e petrolio dalla Russia, perché continuiamo a comprarlo dall’Algeria e imploriamo il Qatar di fornircelo dalle sue immense riserve? Perché lo compriamo dall’Azerbaigian e lo vorremmo anche dal Turkmenistan? Sono tutti Paesi liberi e democratici? Ed è democratica l’Arabia Saudita, nostra alleata? Se vogliamo relazioni solo con i Paesi democratici, perché Biden voleva riallacciare rapporti con l’Iran degli Ayatollah (questi sì dei veri criminali)? O recuperare qualche relazione con il Venezuela di Maduro? Perché ha cercato, pur infruttuosamente, di avere l’appoggio della Cina di Xi Jinping? Non sono tutti questi dei Paesi fortemente autoritari e per nulla democratici? E la Turchia? È perfino membro della Nato e il suo attuale presidente, Recep Tayyp Erdogan, si sta riciclando come grande “mediatore”. Sfido però chiunque a dire che la Turchia di oggi sia uno Stato democratico. Questo despota sta schiavizzando la stampa, la magistratura e fa pure fallire le industrie non allineate ai suoi voleri.

                  Vogliamo infine parlare dell’Ucraina? Chi dice che l’Ucraina sia un Paese democratico è cieco o bugiardo. Nell’Ucraina indipendente la democrazia è un fenomeno sconosciuto da sempre, sostanzialmente come lo era sotto i sovietici. I deputati in carica sono tutti dipendenti dell’uno o dell’altro tra gli oligarchi, anche se spesso in lotta tra loro e, mentre poche decine di straricchi Zelensky compreso sono proprietari di yacht e di ville all’estero, la maggioranza della popolazione vive miseramente e i poveracci sono costretti ad emigrare per nutrire le proprie famiglie con le rimesse inviate dall’estero.

                  Se le ragioni ufficiali sono vuoti alibi, quali sono i veri motivi per cui noi europei stiamo affossando le nostre economie pur di considerare la Russia come il nostro principale nemico?

                  Ovviamente ognuno può continuare a credere ciò che vuole, ad esempio che noi e gli ucraini siamo i buoni e che Putin sia il nuovo Hitler, pazzo e criminale. Chi lo crede continui pure a pensare che il mondo si divida solo in buoni e cattivi e che l’Occidente, cioè gli USA, siano spinti soltanto da sentimenti disinteressati verso l’umanità. Personalmente ne dubito ed ebbi l’occasione di scriverne in miei precedenti articoli identificando nella volontà degli Stati Uniti l’intento di mantenere ad ogni costo la propria supremazia mondiale che garantisce loro di vivere al di sopra dei propri mezzi. (Vedi i miei scritti sull’argomento e sulla necessità che l’Europa ne resti alleata ma alzando, finalmente, un po’ la testa).

                  Veniamo ora a considerare se l’atteggiamento assunto da Bruxelles (e da Roma) sia conveniente per noi a medio e lungo termine.

                  Il costo dell’energia è aumentato in modo esponenziale e sta provocando una paralisi lenta ma progressiva in tanti settori: commercio, agricoltura, industria, allevamento, pesca, ristorazione, turismo. È risaputo che il gas russo, in modo particolare quello ottenuto con contratti a lungo termine sottoscritti tempo fa e che ci arriva tramite condotte terrestri, sia il più economico al mondo. Grazie a quell’energia a relativamente basso costo le nostre imprese (e specialmente quelle tedesche) hanno potuto essere competitive con venditori di altri Paesi che godono di altri costi di produzione più bassi. Sostituire quel gas con quello liquido ottenuto via mare è molto più costoso e le contemporanee sanzioni contro la Russia (che hanno contribuito all’aumento del costo di tutte le materie prime) non fanno che rinfocolare l’inflazione cominciata già a salire durante la fase finale dell’emergenza COVID.

                  Il vero problema è che, vista la situazione attuale, comunque si concluderà questa guerra l’Europa ne uscirà perdente, almeno sul breve e medio termine.

                  Facciamo tre ipotesi.

                  La prima è che la Russia ne esca vincitrice. In altre parole che si tenga la Crimea, confermi l’assimilazione del Donbass nella Federazione russa e che l’Ucraina occidentale finisca con l’essere un Paese distrutto, con una popolazione ridotta (È dal 1991 che nel Paese non si fa un censimento e solo una parte degli attuali emigrati accetterà di ritornare non avendo più, molto di loro, una casa in cui andare e una occupazione che li attenda). Gli Stati Uniti hanno da tempo cominciato ad ipotecare la parte più redditizia della ricostruzione attraverso le proprie multinazionali e la grande società di investimenti Blackrock ha già firmato con Zelensky la supervisione dei futuri interventi economici. Per le aziende europee rimarranno le briciole ma, soprattutto se si realizzerà l’assurda e masochista ipotesi di conglobare quel che resta dell’Ucraina nell’Unione Europea, miliardi di euro dei contribuenti UE andranno verso Kiev. Sempre sperando che non succeda, come invece è dimostrato essere capitato nel passato, che la maggior parte di quei fondi finiscano nelle tasche degli oligarchi locali (lo ha affermato il Fondo Monetario Internazionale). Nel mondo, la credibilità dell’Occidente sarà negativamente colpita e aumenteranno quei Paesi che cercheranno di porsi a cavallo tra Occidente e la nuova alleanza russo-cinese al fine di ottenere i massimi benefici da entrambi. In compenso, noi continueremo a pagare prezzi esorbitanti per il gas liquido, anche americano, e il mercato russo (e cinese) sarà sempre più preda di Paesi terzi non europei. Ci vorranno anni, e sempre che la situazione non peggiori ulteriormente, prima che i nostri rapporti con Mosca tornino a migliorare. I primi a farlo, se lo potranno, saranno i tedeschi.

                  La seconda ipotesi è che la Russia perda questa guerra. In questo caso, lasciando aperto il futuro della Crimea, il Donbass tornerà a far parte del resto dell’Ucraina con tutte le sue zone industriali, anch’esse da ricostruire dopo essere state pesantemente danneggiate durante il conflitto. Dal punto di vista economico in quel Paese succederà esattamente quanto descritto nel caso di una vittoria russa, e cioè che gli americani la faranno da padrone e noi europei metteremo i soldi ma raccoglieremo le briciole. La cosa peggiore da ipotizzare è però ciò che succederà in Russia. La sconfitta della Russia in Ucraina implica necessariamente la fine politica di Putin, principale decisore e artefice di questa impresa. Chi lo sostituirà potrà essere o qualcuno più radicale di lui o qualche “democratico” che accetterà supinamente le condizioni imposte dall’Occidente. Se si tratterà di una banda di nuovi despoti anti-occidentali stiamo pur certi che la pace raggiunta durerà ben poco tempo e che una nuova guerra, forse persino più cruenta, ci aspetta per l’immediato futuro. Tralascio, in questo caso, il tipo di relazioni, comunque pur sempre complesse, che il nuovo regime potrebbe instaurare con la Cina e come si comporterà con il resto del mondo. Se invece fossero i “moderati” ad avere la meglio, ciò che ci aspetta è tutt’altro che la tranquillità. È molto probabile che non tutti i “notabili” russi accettino un governo che pretenderà di essere democratico e liberale e ciò che potrebbe succedere sarà qualcosa di simile alla situazione di guerra civile come si ebbe tra l’esercito rosso e le guardie bianche a seguito della rivoluzione di Ottobre. È altresì probabile che nella maggior parte delle Repubbliche facenti parte dell’attuale Federazione, soprattutto in quelle di là degli Urali più ricche di materie prime, aumentino le spinte secessioniste sponsorizzate da lobbisti stranieri facenti capo a varie multinazionali e allo stesso governo cinese. In una tale situazione semi-anarchica resta solo da temere cosa potrebbe succedere di tutte le testate nucleari oggi presenti nel vasto territorio russo.

                  La terza ipotesi, (per un po’ di scaramanzia sto escludendo l’uso di armi atomiche da parte della Russia) è che la guerra continui ancora per anni e magari per un decennio. In questo caso, di là dal fatto che ogni Pase europeo dovrà pensare a ricostruire i propri armamenti comprando soprattutto armi americane e quindi dovrà investirvi fette crescenti del proprio PIL, la situazione economica dell’Europa continuerà a peggiorare. Il costo delle materie prime non diminuirà e quelle energetiche non potranno che aumentare. Dovremo convivere per diversi anni con una inflazione a due cifre e il mondo, già oggi diviso tra la cinquantina di Paesi che stanno applicando le sanzioni e i quasi 130 che non lo fanno, aumenterà la propria polarizzazione creando le premesse per nuove tensioni, dal finale imprevedibile.

                  Quello qui dipinto non è un quadro piacevole ma, come sempre nel discettare sul futuro, variabili non considerate in questa analisi potrebbero cambiare totalmente gli scenari e prospettare una situazione migliore. Che posso aggiungere? Soltanto che mi auguro di non essere una Cassandra e di essermi sostanzialmente sbagliato.

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