La crisi in Italia riscontra un effetto contrario a quello desiderato, nonostante il frenetico agitarsi dell’instabile apparato politico nazionale. La situazione è grave, forse più di quanto si pensa, e non è facile uscirne: ciò non dovrebbe meravigliare più di tanto, visto i notevoli effetti negativi della pratica di un lungo periodo di saccheggiamento generalizzato di cui non si è ancora perso il vizio.
Gli indicatori economici attuali sono di per sè molto eloquenti ed essi difficilmente cambieranno nel breve e medio termine, mentre ci si ostina a sostenere – da più parti – che la situazione sia tale per cause esterne o meglio per responsabilità di politici o di misure imposte fuori dal contesto nazionale.
A livello territoriale, Regioni, Province e Comuni, il cui concorso ha inciso fortemente nel far lievitare il debito pubblico nazionale e il fabbisogno dello Stato, rivendicano nei confronti del governo centrale maggiori entrate o misure atte a garantirle, denunciando in caso contrario di non essere in grado di fornire ai cittadini questo o quel servizio; anche qui dopo una lunga ed interminabile pratica, che ancora continua, di un saccheggiamento infinito.
Sia a livello centrale che periferico nessuno vuole veramente praticare una politica di riduzione drastica della devastante spesa pubblica che da sola potrebbe liberare quelle vere risorse necessarie a consentire il decollo dell’economia, mentre si continua nella pratica di una politica di strangolamento mirante quasi unicamente all’aumento delle entrate fiscali, che da sole non potranno mai essere sufficienti a poter creare una vera e propria situazione di equilibrio, su cui poggiare le basi per un cambiamento di rotta effettivo.
I sacrifici richiesti agli italiani nel mondo dalle misure imposte dai vari governi dei Paesi in cui essi vivono a seguito della situazione di crisi economica e finanziaria globale che si è generata, hanno condizionato in modo significativo la loro possibilità economica effettiva di poter conservare il rapporto con i loro territori di origine. Molti infatti sono costretti a rinunciare alla loro presenza in Italia, stante anche l’incidenza dei gravosi oneri per il mantenimento dei loro immobili, utili ormai solo a chi su di essi può speculare. Altri invece più fortunati, sottoponendosi ad ulteriori sacrifici, continuano a garantire i loro investimenti e la loro presenza, seppur limitata e condizionata.
Strano e triste destino quello degli italiani all’estero: prima costretti a cercare lavoro fuori dai confini nazionali, poi a sacrificarsi per risparmiare ed investire per costruirsi un ponte con i territori di origine. Ultimamente, chiamati a sopperire alle conseguenze di una crisi globale che li penalizza doppiamente, vengono sottoposti a sfruttamento sui frutti dei loro sacrifici investiti sul territorio nazionale, costretti a sopportare notevoli disagi per la soppressione di quei servizi loro tuttora indispensabili nei Paesi di accoglienza da parte dell’Italia, nell’indifferenza generale più assoluta.
































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