E’ noto che per la nostra comunità, in Argentina e a Buenos Aires, il monumento a Cristoforo Colombo rappresenta un emblema della fratellanza tra i due popoli. L’opera di Zocchi donata con affetto e generosità al paese del Rio de la Plata da quegli emigrati che ci hanno preceduto, in occasione del primo centenario della “Revolución de Mayo de 1810”, è stata una manifestazione di gratitudine verso chi li aveva accolti con le braccia aperte. Oggi però, paradossalmente, quel monumento e le vicissitudini di cui è stato protagonista – espropriato, incarcerato, isolato e attualmente, in procinto di essere estradato – è diventato un simbolo di discordia.
Si tratta di eventi che sembrano presi da una “telenovela” latinoamericana a puntate, che in questo caso inverte l’ordine cronologico della storia, per anticipare alcune scene di uno dei suoi capitoli più importanti. L’evento è avvenuto sabato scorso ed è stato notizia di apertura dei mezzi di comunicazione con un titolo ricorrente: “Rimossa la statua di Colombo dal suo piedistallo”, qualcuno paragona l’episodio a quello di Saddam Hussein, mentre in genere è stato sottolineato il fatto che la misura è stata presa all’improvviso perché c’è una misura cautelare che vieta il trasloco.
Lo “spodestamento” della statua di Colombo, ha colto di sorpresa i media e il pubblico, scarso, di passanti e autoconvocati che hanno seguito in genere con indignazione la scena, che è stata considerata un vero e proprio schiaffo alla comunità italiana e alla società in genere. Anche se le autorità nazionali sostengono che si tratta di metterlo in condizioni di essere restaurato, le azioni intraprese sembrano annunciare l’inizio di un percorso di sfratto che prima o poi si concluderà nel fatto compiuto dell’insediamento della statua a Mar del Plata, cittá a 400 km dalla capitale argentina.
Ma torniamo alla storia a puntate, che comincia il 31 maggio con l’intento di mettere in moto il primo “operativo traslado”, con i tafferugli nella stessa piazza Colón tra funzionari nazionali e comunali, con nervi tesi e maltrattamenti da parte dei custodi fino a che l’intervento della magistratura non ha riportato la calma. Poi lunedì 3 giugno, Giornata dell’Immigrante Italiano, è stata organizzata la seconda manifestazione di protesta che, per quanto riguarda il numero di partecipanti è stata inferiore alla precedente, circa 300 persone, ma ha avuto una ripercussione maggiore nei media. Il 13 giugno il segretario generale della presidenza Oscar Parrilli riceve una delegazione di dirigenti della collettività. C’è la sensazione che la riunione sia stata una specie di catarsi collettiva durante la quale ognuna delle parti ha esposto le proprie ragioni. Il governo cercando di giustificare le ragioni dei motivi del trasloco con la scusa dell’urgenza dei lavori di restauro di fronte al rischio imminente di crollo. “Non abbiamo niente contro Colombo, si tratta soltanto di conservare il monumento”, ha detto il segretario generale, per poi ratificare l’intenzione di mandare il monumento a Mar del Plata, aggiungendo, suggestivamente, che “non è la prima volta che si decide spostare una statua dal suo insediamento originale”. Una riunione che è stato difficile non definirla una specie di trappola per i nostri dirigenti, visto che sabato 29 giugno, nel momento di togliere la statua dall’alto del monumento, l’ingegnere responsabile dei lavori ha detto: “Prima di iniziare i lavori di restauro abbiamo parlato con la comunità italiana ottenendo il suo appoggio!”. Per quanto riguarda i nostri rappresentanti, anche se in linea di massima è prevalsa la linea dell’opposizione al trasloco, durante la riunione si sono evidenziate posizioni contrastanti.
Da una parte ci sono stati gli irremovibili, cioè coloro che sostengono che il monumento deve restare al suo posto, anche se accettano che sia restaurato se è necessario farlo. Tra questi Fediba, Dario Signorini e Marco Basti, Comites, Graciela Laino. Altri, sempre con la stessa fermezza sulla necessità di lasciare la statua in Piazza Colón, accettano che la stessa sia condivisa con un’altra dedicata a Juana Azurduy, posizione espressa dal presidente degli Ex Combattenti Manfredo Cordero di Montezemolo. Poi ci sono stati coloro che potremmo definire neutrali, che sostengono che la decisione non dipende da noi, come Luigi Pallaro e infine gli ambigui che si sono manifestati più possibilisti con l’iniziativa del trasloco, che qualcuno ha chiamato “le voci del dissenso”, come il vicesegretario del Cgie per l’America Latina, Francisco Nardelli, il vicepresidente della Casa d’Italia di Mar del Plata, Vottola e Mauro Sabbadini. Non si riesce però a capire ancora le ragioni che portano a voler togliere la scultura donata dalla collettività italiana.
Secondo alcune teorie, si tratta di un semplice capriccio. Secondo altri ci sono ragioni ideologiche alla base dell’inziativa: lo sguardo revisionista del kirchnerismo in marcia verso un processo di costruzione di un nazionalismo continentale, mette al bando personaggi come lo scopritore d’America, che alcuni arrivano a definire genocida, mentre in paesi come il Venezuela, sono stati distrutte le statue che gli rendevano omaggio. In questo caso, di fronte a due simboli di senso opposto, si cerca di sfrattare il “colonizzatore”, per far posto all’“insorgente”. Questa specie di baratto continua a provocare polemiche e dibattiti nella società, tra quanti sono a favore e contro la iniziativa. Si tratta di una in più tra le tante antinomie che abbiamo conosciuto, un fenomeno socio-culturale che non è esclusivo degli argentini, come non lo è il fenomeno di creare false opzioni che oggi portano i protagonisti di turno Colombo contro Azurduy, a rappresentare l’attuale “guerra dei monumenti”.
Colombo, la statua rimasta sola e in attesa Sembra che per adesso l’“amparo” ha lasciato il povero Colombo un po’ tranquillo, a riposare in pace. Sarà questo il motivo per il quale è stato messo disteso sulla piattaforma vicina alla base del monumento? Un coricarsi fino a ottobre, alla vigilia della festa grande del nuovo anniversario della Scoperta dell’America. Ma anche a quella delle elezioni legislative in Argentina. Colombo però si trova in una situazione assurda, messo in mezzo ad una disputa tra il governo nazionale e quello “porteño” e intanto che si decide chi ha ragione, giace triste pensando alla trasferta, assegnato a nuove mansioni, perché tutto ciò che rappresentava viene oggi messo in discussione e sostituito da nuovi ideali. Anche se crediamo che ha provato una certa soddisfazione perché quando la gru lo ha alzato in aria, avrà sentito la voglia di cantare “volare”, anche se, invece di dipingersi “la faccia di blu”, ha sentito che gli legavano i piedi con una bandiera argentina. E intanto “volava e volava nel cielo infinito” fino a scendere lentamente per tornare alla dura realtà del pavimento. Al di là del colore e delle fantasie sul grande navigatore genovese, dovremmo prendere in considerazione i personaggi che si oppongono in questa vicenda. Un presidente che non teme pagare un alto costo politico pur di vedere realizzata la sua iniziativa, anche contro i sentimenti profondi di una numerosa comunità come la italiana e un sindaco che vuole diventare presidente nel 2015 e che nelle ultime settimane ha sfidato su vari campi l’attuale presidente. Per cui, mentre dura la tregua imposta dal giudice, i nostri dirigenti dovrebbero reimpostare le loro strategie, visto che le manifestazioni di protesta non hanno portato a molti risultati e, al di là di altre iniziative, sembra chiaro che il nostro campo di battaglia sono e saranno i media e le aule giudiziarie.
































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