C’e’ un’espressione inglese che puo’ essere legittimamente usata per descrivere la vicenda umana e politica di Margaret Thatcher: "Larger than life", un’esistenza epica. Sicuramente agli occhi dei milioni di suoi ammiratori, in patria e all’estero, ma anche, non fosse altro perche’ riconoscendo la grandezza dell’avversario si nobilita anche la battaglia combattuta, a quelli dei suoi nemici. Una bella soddisfazione per la figlia di un droghiere di provincia, nata il 13 ottobre del 1925 Grantham, nel Lincolnshire, che in anni difficili di Guerra Fredda guido’ una trasformazione radicale del suo Paese. La Gran Bretagna che, perso lo splendore imperiale e il dinamismo di un tempo, era finita per diventare ‘il grande malato d’Europa’.
Tanti i primati che potevano essere rivendicati da "Maggie", come i tabloid britannici avevano preso a chiamarla. Prima donna alla guida del Partito Conservatore, prima donna premier, prima donna leader in Occidente, in un’epoca in cui Angela Merkel era ancora una cittadina della Germania dell’Est e in cui, fuori dai confini dell’Europa e della Nato, le uniche figure femminili di statura mondiale si contavano a malapena sulle dita di una mano: l’indiana Indira Gandhi, l’israeliana Golda Meir e, qualche passo indietro, l’argentina Isabelita Peron. E proprio la guerra con l’Argentina per la riconquista delle Isole Falkland, di cui pochi giorni fa cadeva il 31esimo anniversario, segno’ sullo scenario della politica internazionale il momento piu’ difficile, ma anche piu’ vincente, in patria e all’estero, del primo ministro Thatcher. Ironia della storia, c’e’ oggi una donna, Cristina Kirchner, a guidare l’Argentina e a rivendicare, ancora, la sovranita’ di Buenos Aires sulle ‘Malvinas’.
Alla Thatcher, che affrontava quella crisi praticamente al buio, senza notizie di intelligence adeguate e senza forze consistenti nella regione, ci vollero tre giorni, dal momento dello sbarco, il 2 aprile, dei primi commandos argentini sulle isole, al 5 aprile, data della partenza dall’Inghilterra delle prime unita’ della task force navale, per decidere e convincersi che l’arcipelago doveva e poteva tornare sotto la sovranita’ di Londra.Il 14 giugno del 1982, a 74 giorni dall’invasione, il generale argentino Mario Benjamin Menendez, firmava l’Atto di Resa. Sul terreno, in mare e nelle battaglie aeree erano morti 649 militari argentini, 255 britannici e tre abitanti civili delle Falkland . Per la dittatura argentina del generale Galtieri fu l’inizio della fine. La riconquista fu invece il trionfo dell’ostinazione, tutta britannica, della Thatcher.
La stessa ostinazione che aveva mostrato a partire dal 1949, quando entro’ nelle fila del Partito Conservatore, costretta ad affrontare lo scetticismo dei colleghi maschi e lo scarso appeal che sembrava avere nei confronti degli elettori, nei primi anni della sua carriera politica. Le ci vollero 10 anni prima di conquistare un seggio a Westminster, nel 1959. Due anni dopo arrivo’ il primo incarico di governo, come sottosegretario, ma il primo ruolo di rilievo le fu assegnato nel 1970, nel governo di Ted Heath, nel quale fu nominata minsitro dell’Istruzione. In quella veste, comincio’ a rivelarsi una figura in grado di dividere profondamente l’opinione pubblica tra grandi estimatori e acerrimi detrattori.
Al ministero era stata mandata con la missione di tagliare i costi di un sistema che, con il resto del welfare, si stava facendo sempre piu’ insostenibile per le finanze britanniche. La Thatcher taglio’ anche il latte gratuito per i bambini delle elementari. Il Partito Laburista e la stampa di sinistra presero allora a chiamarla "the milk snatcher", la ruba latte. Quel soprannome venne sostituito, anni piu’ tardi, da quello ben piu’ calzante (e sicuramente lusinghiero) di "Iron Lady", Lady di Ferro, che le fu affibbiato dal giornale sovietico ‘Stella Rossa’ nel 1976, dopo un suo intervento particolarmente duro contro le politiche repressive in Unione Sovietica. L’anno prima, nel 1975, la Thatcher aveva sfidato Heath per la leadership dei Tory, battendolo a sopresa. Quattro anni dopo, nelle elezioni del 1979, facendo leva sull’incapacita’ dei Laburisti di risollevare l’economia (e anche l’umore) di un Paese stanco ma desideroso di cambiamento, divenne la prima donna primo ministro della storia britannica. La trasformazione, negli 11 anni successivi, fu enorme. Sotto la sua guida, milioni di sudditi, che in precedenza erano rimasti ai margini delle vicende economiche del Paese, piu’ che altro subendole, divennero proprietari delle proprie abitazioni, grazie anche al piano di privatizzazione delle "council houses", la case di edilizia pubblica. Non solo, in milioni si ritrovarono azionisti delle grandi aziende pubblche privatizzate.
Ridurre il ruolo dello Stato in economia e liberare le energie del libero mercato, troppo a lungo represse, a suo avviso, dal ruolo eccessivo dei sindacati, erano i punti cardinali del suo programma politico. La City londinese, grazie alle nuove politiche monetarie introdotte dai Conservatori, torno’ ad essere, al pari di Wall Street, la principale piazza finanziaria mondiale. I comparti industriali manifatturieri che erano ritenuti ormai obsoleti e antieconomici, furono lasciati morire, oppure cduti ad acquirnti stranieri, puntando invece sullo sviluppo impetuoso di una nuova economia fatta soprattutto di servizi.
Non tutto funziono’, non tutto fu indolore, non sempre il risultato fu quello atteso. Con l’aumentare del benessere e della richezza per molti, aumentava anche il divario con quanti venivano lasciati indietro e il numero dei disocupati sali’ oltre i tre milioni. Verso la fine del 1981 la popolarita’ della Thatcher era scesa al 25%, anche se, nel giro di pochi mesi, la cura Thatcher comincio’ a farsi sentire e la ripersa economica, sebbene non ancora robusta, sembrava dietro l’angolo. Troppo poco, ancora, per assicurarsi una rilezione. Poi, il trionfo delle Falkland le garanti’ nel 1983 un successo straordinario nelle urne.
Uno dei momenti piu’ controversi, fonte di una drammatica spaccatura all’interno della societa’ britannica, fu il duro e lungo confronto con il sindacato dei minatori guidato da Arthur Scargill, che ebbe inizio nel 1984. Lo scontro si concluse dopo un anno con la resa dei minatori e la definitiva conferma del carattere di ferro di Lady Thatcher. Un carattere che si fece sentire anche sulla scena internazionale, grazie alla sempre piu’ salda alleanza con gli Stati Uniti di Ronald Reagan in chiave anti sovietica e ai pugni, non solo metaforicamente, battuti sui tavoli di Bruxelles, in sede di Unione Europea, dove la Lady di ferro veniva guardata con crescente fastidio, ma anche rispetto, dai colleghi del Continente.
Il terzo mandato (un record), ottenuto nel giugno del 1987, fu anche quello in cui la sua parabola politica comincio’ a declinare. Il rallentamento della crescita, combinato agli alti tassi di interesse (che in parte ne erano la causa), inizio’ a produrre disagio e disoccupazione anche nella nuova economia dei servizi, i cui addetti costituivano una grande base elettorale per il Partito Conservatore di quegli anni. La controversa poll tax, una tassa ritenuta ingiusta dalla stragrande maggioranza dei cittadini, provoco’ uno sciopero fiscale davanti al quale, nonostante i consigli dello stato maggiore del suo Partito, la Thatcher non volle fare marcia indietro.
Una manovra interna alle file dei Tory, nel novembre del 1990, le fece capire che forse il suo tempo alla guida dei Conservatori, e quindi del governo, era terminato. La Lady di Ferro era scampata a mille battaglie e anche all’attentato con cui i terroristi nordirlandesi dell’Ira tentatorono di ucciderla nel 1984, facendo saltare in aria l’albergo di Brighton dove si stava svolgendo il Congresso dei Tory. Non riusci’ pero’ a sopravvivere, politicamente, alla necessita’ che il suo Partito aveva di sopravvivere alla sua popolarita’ ormai in declino.
































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