Rimandare le elezioni dei Comites di uno, due, addirittura tre anni. Davvero? C’è chi lo propone con aria tecnica, chi con finta prudenza istituzionale. Ma il risultato non cambia: un altro schiaffo alla democrazia degli italiani all’estero.
Le proposte arrivano da più parti: dal Partito Democratico, in particolare dagli eletti all’estero che alla Camera dovrebbero rappresentare le comunità nel mondo (Toni Ricciardi, Christian Di Sanzo, Fabio Porta, Nicola Carè), e dal centrodestra, con l’iniziativa dell’onorevole Andrea Di Giuseppe. Maggioranza e opposizione, destra e sinistra: quando si tratta di allungare la vita alle poltrone, l’unità nazionale scatta come per magia. E tutto questo accade nel momento peggiore possibile.
Gli italiani nel mondo sono alle prese con il caos sulla cittadinanza italiana, figlio diretto del famigerato decreto Tajani, che ha creato incertezza, rabbia e migliaia di famiglie sospese nel limbo. Nessuno chiarisce davvero cosa succederà. Nessuno – tranne, ad onor del vero, i parlamentari del Movimento Associativo Italiani all’Estero – cerca di correggere gli errori commessi da Roma, per arrivare a una riforma giusta e definitiva.
Nel frattempo, nessuna risposta sul voto all’estero: si continuerà con lo stesso meccanismo farraginoso, opaco e contestato da tutti, che fa acqua da ogni parte a detta persino delle istituzioni? Mistero. Silenzio. Rinviato a data da destinarsi.
E mentre i servizi consolari restano insufficienti, sotto organico, spesso inadeguati a rispondere alle esigenze di milioni di connazionali, mentre ci sarebbe da investire, riformare, rafforzare, ecco la priorità della politica romana: rimandare le elezioni Comites.
La parte più grottesca? I fondi per il rinnovo dei Comites ci sono già. Sono stati inseriti nella Legge di Bilancio, anche grazie al contributo decisivo del MAIE. Quindi non è un problema di risorse. Non è un problema tecnico. È una scelta poltronistica.
Una scelta che puzza di paura. Paura di perdere. Paura del giudizio degli elettori. Paura di scoprire che, forse, le comunità all’estero non ne possono più di essere considerate un fastidio, una voce marginale, un serbatoio di voti da attivare solo quando serve.

È facile governare senza passare dal voto popolare. È comodo restare in carica allungando i mandati per legge. E su questo, diciamolo chiaramente, la sinistra ha una lunga tradizione. Ma vedere il centrodestra accodarsi senza battere ciglio è ancora più deludente.
Il messaggio che passa è chiaro: gli italiani all’estero contano solo a parole, nei discorsi celebrativi del 2 giugno o nelle cartoline elettorali. Poi, quando si tratta di democrazia vera, di rappresentanza, di partecipazione, diventano improvvisamente un problema da rimandare.
Amici, è il momento di farci sentire tutti. Perché se questi partiti romani potessero cancellare con un colpo di spugna il mondo degli italiani all’estero, con tutto ciò che rappresenta – Comites, CGIE, associazioni, identità, diritti – lo farebbero domani mattina. Senza esitazioni.































