URUGUAY | Cinzia Frigo (già Console a Montevideo): “Bravo Ambasciatore Iannuzzi, il nuovo Consolato s’ha da fare, basta spreco di tempo e denaro”

Cinzia Frigo, già Console d’Italia in Uruguay, stimata e apprezzata da tutta la collettività italiana ivi residente per la professionalità che ha sempre messo nel proprio lavoro, scrive alla redazione di ItaliaChiamaItalia e in una lunga nota, dal contenuto a nostro parere davvero interessante, ricostruisce la storia del Consolato d'Italia a Montevideo, raccontando una serie di vicissitudini che durano da vent'anni. E quando finalmente con questo governo si fa sul serio nella costruzione di un nuovo Consolato, ecco che - "come uno schiaffo a ciel sereno - annota Frigo - incredibilmente arrivano da parte di qualcuno critiche strumentali e pretestuose"...

Cinzia Frigo, già Console d’Italia in Uruguay fino al 30 settembre 2014, oggi residente a Montevideo, è una donna molto conosciuta, rispettata da tutta la collettività italiana ivi residente e apprezzata per la professionalità che ha sempre messo nel proprio lavoro.

Con una nota inviata alla redazione di ItaliaChiamaItalia, ritiene opportuno fornire alcuni elementi, frutto della “diretta e personale conoscenza“, sulla tematica che riguarda il progetto di costruzione del nuovo Consolato d’Italia a Montevideo.

“Il 30 Settembre 2014 – scrive Frigo – il Consolato d’Italia di Montevideo, dopo circa un ventennio di esistenza, veniva ad essere soppresso”.

Ricordate? Era il periodo in cui venivano chiuse dal governo di allora decine e decine di sedi diplomatico-consolari in giro per il mondo: Ambasciate, Consolati, Istituti italiani di cultura sbattevano le porte in faccia ai connazionali per ordine di un esecutivo folle e sordo al grido di allarme degli italiani nel mondo.

Cinzia Frigo, nel suo intervento, molto interessante a parer nostro, punta soprattutto a esporre “fatti e situazioni” che riguardano le varie decisioni che hanno afflitto la sede diplomatica di Montevideo durante il corso degli anni.

Una vicissitudine dopo l’altra, con un incredibile spreco di tempo e denaro pubblico.

“Negli anni 80, quando i connazionali erano quantitativamente gestibili (circa 50.000), l’Italia disponeva di una cancelleria consolare a Montevideo che si trovava nello stesso plesso dell’Ambasciata”, ricorda Frigo. “Gli spazi per la ricezione del pubblico – prosegue – erano ridotti e a tale situazione si  aggiungeva il disagio delle problematiche connesse alla gestione del personale.

Alla fine dell’88, l’Ambasciatore di turno considerò – dietro le continue inistenze della collettivita e delle Associazioni allora molto attive sul territorio – di presentare la richiesta di far gestire la crescente collettività da un Console e soprattutto che tale gestione avvenisse nell’ambito di una sede adeguata, possibilmente ubicata in una zona di facile accesso per l’utenza. Caratteristiche che la Calle Benito Lamas non aveva allora e non ha purtroppo a tutt’oggi.  

La struttura si trovò in Bulevar España, dove c’era la sede diplomática della ex Yugoslavia. Quindi si pagò un affitto per questa nuova sede per un intero anno, oltre le spese per lavori di adattamento locali e per il personale di sorveglianza. Nelle more di realizzare il trasloco cambiò l’Ambasciatore e anche a seguito delle vicende della ex Jugoslavia, l’immobile non fu poi preso in considerazione.

Le spese effettuate e sostenute (svariate migliaia di dollari) andarono completamente perse”.

“Peraltro – evidenzia Cinzia Frigo nel suo intervento – il problema rimaneva e soprattutto i connazionali aumentavano, con le richieste di cittadinanze da parte dei discendenti di italiani in Uruguay. 

Succesivamente si affittò, con una spesa pari all’acquisto di un immobile (pagamento anticipato dei ratei di affitto), una villetta in Bulevar Artigas. Ovviamente anche questa dovette essere tutta riadattata (leggasi altre spese) per l’ufficio Consolare. 

Era una casa totalmente inadeguata, con spazi inadeguati, tanto per il Console come per i suoi impiegati e per il pubblico. Insomma, un pastrocchio a unico vantaggio dei proprietari dell’immobile che erano riusciti a stipulare con il contribuente italiano un contratto d’affitto esorbitante.

A titolo d’esempio – ribadisce l’ex Console – con un solo anno d’affitto si sarebbe potuto, all’epoca, comprare una casa analoga per dimensioni”. Avete capito? Pazzesco. “Ovviamente – annota Frigo – questa situazione non poteva più essere sostenuta”.

“Correva l’anno 2004, giunsero le ispezioni dal Ministero, quelle serie, fatte bene, con tutta la buona volontà di risolvere il problema di Montevideo. Una volta dichiarata la “nefandezza” dei locali dove era ubicato il Consolato e aver visionato decine e decine di immobili da acquistare, l’allora Direttore Generale Rita di Giovanni considerò che, data la massa quotidiana di utenza da affrontare, si sarebbe dovuto prendere l’esempio della Spagna: ovvero costruire ex novo un Consolato all’interno del Compound della Ambasciata.

Nessun riadattamento, ma un Consolato moderno, pensato secondo i criteri di ricezione del pubblico, di locali per gli uffici in base alle disposizioni in materia di salute dei lavoratori – da sempre mai prese in considerazione – e soprattutto un Consolato dotato di un archivio progettato per raccogliere una massa di pratiche in espansione. Insomma, un Consolato al passo con i tempi e non ricavato da casette e villette antiche. 

Quindi progetto di fattibilità e di esecuzione. Diverse le ispezioni degli architetti del Ministero, le variazioni di ingegneria e architettura presentate e approvate. Importo della spesa stanziato in bilancio. Si era ormai all’ultima fase per la chiamata a gara delle imprese per la relativa assegnazione dell’esecuzione ma… avvenne nel 2006 un cambio di Ambasciatore

Il nuovo capo della sede diplomatica italiana chiese un’altra ispezione e ci si accorse che a Pocitos, il quartiere dove è situata l’Ambasciata, c’era un problema di acque sotterranee e quindi assolutamente non si poteva fare la costruzione. 

Chiaramente l’architetto che presentò il progetto dovette essere giustamente e cospicuamente pagato; altra spesa persa”.

Non è finita qui, cari lettori: “Nel 2006 l’Ambasciata si fece parte diligente per trovare una bella e aristocratica villa nella Calle Jorge Canning: quindi, una volta liquidati gli esosi proprietari di Bulevar Artigas, provveduto al ripristino di detto immobile e incaricato un altro architetto per la trasformazione  della bella villa in uffici, si procedette nel luglio 2007 al trasloco. 

Affitto pattuito: nove anni, proprio per dare il tempo al Ministero di trovare una soluzione definitiva per il Consolato. Tra l’altro si era prospettato l’acquisto di tale villetta. Infatti, se fosse stata di proprietà si sarebbe anche potuta modificare in forma più consona per fare spazio ad un archivio di ben 120.000 connazionali, tra cittadini e aspiranti tali”.

E arriviamo al 2014, quando il governo italiano, dietro la scusa della “politica di contenimento della spesa”, chiude il Consolato di Montevideo e lo trasforma in Cancelleria Consolare. Commenta Frigo: “Una sede che ambiva ad essere un Consolato Generale, con una popolazione anagrafica il doppio di quella spagnola, e che sistematicamente aveva richiesto di aumentare l’organico – giacche’ la proporzione per impiegato / addetto allo sportello era uno a 10.000 connazionali –  si decideva in forma drammatica di chiuderlo. 

Uno schiaffo alla storia della collettività italiana, alla sua discendenza, ai cognomi di illustri italiani che avevano lasciato un indelebile segno in questo lontano Paese sud americano, in cui le strade si chiamano Avenida Garibaldi, Avenida Italia, e i quartieri: Bella Italia, Palermo… e potrei continuare con la cucina, gli edifici, gli architetti, i fondatori di città…”.

Torniamo alle vicissitudini del Consolato di Montevideo: “In fretta e furia si riadattarono nuovamente degli uffici nella stessa Ambasciata. Si ritornò al punto di partenza. Altre spese di riadattamento. Di nuovo la mancanza di spazio, di nuovo le lamentele dei connazionali. 

Il MAIE – Movimento Associativo Italiani all’Estero, forza politica che per sua connotazione è portavoce degli italiani all’estero, raccoglie le proteste locali e organizza manifestazioni davanti all’Ambasciata, facendosi portabandiera di questa histórica richiesta degli italouruguaiani”.

Ricardo Merlo, una volta eletto senatore e poi nominato Sottosegretario agli Esteri, vuole mantenere la promessa fatta ai connazionali. Così il progetto per un nuovo Consolato viene presentato ufficialmente alla collettività italiana dell’Uruguay nel marzo 2019 dallo stesso Merlo, insieme a Luigi Vignali, Direttore generale per gli italiani all’estero alla Farnesina, e all’Ambasciatore Piccato.

“Siamo nel maggio 2020 – riprende Frigo – e finalmente vediamo i frutti di quest’ulteriore iniziativa con la pubblicazione, sul sito dell’Ambasciata d’Italia, dell’avviso pubblico di manifestazione di interesse per l’espletamento di procedura negoziata per l’appalto di lavori per la costruzione del tanto tanto anelato Consolato d’Italia in Uruguay”.

Francamente mi sono commossa nel leggerlo e ho sentito un moto di nostalgia profonda nel ricordare le vicissitudini passate. Bravo Ambasciatore Iannuzzi!

Allo stesso tempo, però, come uno schiaffo a ciel sereno, incredibilmente arrivano da parte di qualcuno critiche strumentali e pretestuose; e proprio da parte di coloro che dovrebbero difendere l’interesse dei connazionali e invece si scagliano contro la costruzione del Consolato. Mirko Tremaglia, persona cara ai connazionali di tutto il pianeta, storico ministro degli Italiani nel mondo che ha dedicato un’intera vita agli italiani all’estero, si rivolta nella tomba”.

La conclusione di Cinzia Frigo? “L’Uruguay ha bisogno di una sede consolare dignitosa; non spostiamo l’attenzione sul COVID 19 o sulla questione che riguarda il rimpatrio dei connazionali. Sono cose diverse, sono diversi gli obiettivi”.