Se n’è andato anche Sandro Mazzola, il campione assoluto della “Grande Inter” degli anni ’60 e ’70.
Quella fu una squadra straordinaria e irraggiungibile, così come irripetibili furono le sue vittorie contro le massime squadre di quel tempo, come quella con il Real Madrid di Alfredo Di Stefano.
Ricordo quando nel 1964, nella finale di Vienna, l’Inter vinse la sua prima Coppa dei Campioni con una doppietta di Mazzola. Con le teste che sporgevano fuori dalla Fiat 500 aperta, andammo con la mia ragazza di allora a festeggiare fino in piazza del Duomo, che era gremita di gente osannante.
A quel tempo la passione calcistica era trasversale e non inimicava chi teneva per un’altra squadra. Al massimo si canzonavano gli avversari mostrandogli le dita di una mano, come in occasione della cinquina di gol rifilati al Milan nel 1965 e poi di nuovo nel 1972.
I gol di Mazzola erano realmente entusiasmanti, come quello a Budapest contro il Vasas di Puskas. La palla passava da un suo piede all’altro come avesse avuto vita propria e, quando superò anche il portiere, il tempo sembrò congelarsi. Noi, davanti alla TV, non potemmo respirare fino a quando, finalmente, Mazzola si decise a calciarla in rete.
Al giorno d’oggi, come nella recente partita contro l’Udinese (5-3), nella formazione dell’Inter si leggevano Akanji, Stones, Diouf, Zielinski, Martinez, Mkhitaryan, Carlos Augusto, Thuram. E le reti dell’Udinese sono state segnate da Abankwah, Ekkelenkamp e Gueye.
Non dovremmo quindi sorprenderci se oggi le passioni sportive degli italiani si spostano verso altre discipline. E meno ancora dovremmo meravigliarci se la Nazionale è da troppi lustri esclusa dal Campionato Mondiale. Ma questo sarebbe un discorso troppo lungo.
Milano allora era molto diversa e forse migliore. Senza i boschi verticali a vari milioni al pezzo. Con una Galleria Vittorio Emanuele dove i negozi erano frequentabili e accessibili, e le borse di Prada con il loro prezzo erano in un futuro inimmaginabile.
Al mercato, nei negozi, nelle portinerie, si sentiva ancora molto il dialetto milanese.
Ricordo che nella pubblicità sui tram si leggeva “ne podi pù de vedegh no, me mett i ociài del Viganó”.
Sandrino Mazzola se ne è andato, come se ne sta andando il suo tempo e la sua Milano.
Tutto cambia ed evolve. Per chi è nato oggi, la Milano degli anni ’60 e ‘70 risulterà remota, come per noi lo sono stati i tempi del Risorgimento.
Quale futuro avranno i nostri nipoti e quali saranno i modi e le passioni sportive che li animeranno, non ci è dato sapere.
Ci basti sperare che possano essere autentici e sinceri, come sono stati i nostri.































